mercoledì 30 maggio 2012

Nuove forme di criminalità, la gang dei "Saldo e stralcio"

“Saldo e stralcio” è una concezione del mondo. Ho conosciuto negli ultimi mesi questa solo apparentemente arida locuzione del linguaggio bancario e ho imparato ad apprezzarne l'onomatopea: saldo-e-stralcio suona come una raffica di kalashnikov. E, in effetti, ha già causato parecchie vittime. 
La definizione che se ne trova nei vocabolari e nei manuali per bancari e commercialisti non rende giustizia a questo moderno grido di guerra. Là si legge che è un modo per chiudere un credito trovando un compromesso tra la cifra dovuta e quella che il debitore può dare. Mi devi 100 euro? Ok, dammene 70, ma subito, e non se ne parla più. Saldo e stralcio, appunto. Un po' come dire “si mette una pallottola nel caricatore e si schiaccia il grilletto” per descrivere un omicidio. Un omicidio premeditato. 
Esistono, infatti, i killer del saldo e stralcio. Ufficialmente sono imprenditori. Di varie dimensioni. Da piccolissimi a enormi. Accomunati dalla determinazione a trasformare in ulteriore fonte di guadagni l'attitudine a non pagare i debiti. 
I saldo e stralcio sono insidiosissimi. Si mimetizzano nella selva selvaggia della crisi come i cobra nella giungla o come i coccodrilli nel rio delle Amazzoni. Di questi ultimi hanno mutuato il pianto. Che, però, è anche preventivo. Non serve solo a salutare la vittima agonizzante, ma è utilizzato anche prima dello sbranamento, per ammansirla. Di solito un mesetto dopo la scadenza del pagamento. Mai prima. Anzi, al momento del contratto i 'saldo e stralcio' non fanno alcun cenno alla loro indole. La nascondono presentandosi come pagatori puntuali e solerti. 
Poi il primo termine scade. E trascorrono quei dieci giorni che il creditore-vittima dà comunque, per educazione o timidezza. Aspettando sempre meno fiducioso che quanto gli è dovuto arrivi. Non arriva e nemmeno arrivano fino al telefono i saldo e stralcio che di punto in bianco sono impegnatissimi. Non hanno un minuto di tempo. Corrono.
Ma non perdono il tratto cordiale. Passa un mese e i creditori timidi si fanno coraggio. Bussano alla porta dell'ufficio. Vengono accolti a braccia aperte. Con un affetto un po' mesto, che ricorda quello di chi consola un malato grave. Le braccia, infatti, diventano sempre più aperte, si allargano a dismisura nel gesto della rassegnazione. C'è qualcosa che sta sopra di noi – la più grande crisi da cent'anni a questa parte – e tutti ne siamo vittime. I pagamenti non arrivano. Mai. Un disastro.
Quando i più abili tra i saldo e stralcio incontrano i più timidi tra i creditori, accade che questi ultimi si trovino a consolarli. E che, assieme, maledicano i cattivi pagatori. Mettendo da parte la circostanza non secondaria dei loro rapporti di debito e di credito. Così passa un altro mese.
Spesso accade che i piccoli creditori comincino ad agonizzare. Quei soldi, quei pochi soldi, sono indispensabili. Per pagare l'affitto, per fare la spesa. E accade anche che i piccoli creditori incrocino casualmente i 'saldo e stralcio' constatando che, a dispetto della più catastrofica crisi economica della storia, sfrecciano su auto di lusso e frequentano con nonchalance i ristoranti più cari. A quel punto, anche nei più timidi, sopravviene una crescente irritazione che li porta a rivolgersi bruscamente ai saldo e stralcio. I quali assumono un contegno contrito e offeso. Scuotono la testa. Bisbigliano parole amare sull'umana ingratitudine. Aprono il cassetto, tirano fuori alcune banconote stiracchiate. Le contano. Corrispondono a un decimo del debito. Prendere o lasciare. La giustizia civile è interminabile, lo sai? Ecco qua, firma questo foglietto. I poverini firmano. Saldo e straccio.


Giovanni Maria Bellu

Un appuntamento con la fantasia


Venerdì 1° giugno appuntamento con la fantasia, per bambini e adulti, nella sede di Asibiri (Cagliari, via San Saturnino, 7). Assieme alla libreria “Tuttestorie” presentiamo “Filastrocche di benvenuto” di Chicco Gallus (edizioni Motta junior). Con l'autore sarà presente l'illustratrice Pia Valentinis, alla quale è stato appena conferito il Premio Andersen per il miglior libro di divulgazione (“Raccontare gli alberi”, Rizzoli).
Ecco quanto Chicco Gallus ha scritto nel suo blog “Lapis in fabula” per presentare il suo libro:
Riunisce le filastrocche che ho scritto, in una ventina di anni, ogni volta che mi è arrivato un nipotino o che è nato un bambino ad amici, conoscenti, colleghi, vicini di casa.
Quindi mi sa che qualcuno nel libro troverà qualche filastrocca che ha già appesa in casa.
Magari la troverà con un nome diverso e qualche cambiamento, perché per alcuni nomi ne avevo scritta più di una e per altri non ne avevo scritta nessuna. Così ho fatto un po’ di aggiustamenti e giochi di prestigio con rime sillabe e nomi.
Tutte le rime che ci sono sono diventate molto migliori grazie ai disegni bellissimi di Pia Valentinis e Francesco Chiacchio e al lavoro enorme di Teresa Porcella che ha preso una massa indistinta e l’ha trasformata in un libro.
E soprattutto nessuna di queste rime sarebbe mai stata scritta senza tutti i nipoti, quasi nipoti, praticamente nipoti insomma tutti quelli, che adesso hanno dai ventiepassa ai menodiunanno, che mi hanno (sa il cielo come) reso capace di scriverle”.
Allora, asibiri venerdì 1° giugno alle 19 in via San Saturnino 7. Grandi e, soprattutto, bambini, non mancate. Ci sarà da divertirsi.
Anche con la partecipazione straordinaria delle ormai famose pecorelle in cappotto delle ceramiche Ariu.







lunedì 28 maggio 2012

Province, scusate era uno scherzo

Scusate, abbiamo scherzato! Il voto del 6 maggio sui dieci referendum, la cancellazione delle province, l’abrogazione delle indennità dei consiglieri regionali, l’abolizione dei consigli di amministrazione degli enti regionali, l’Assemblea costituente? Abbiamo solo scherzato! I cinquecentomila sardi che con il loro voto hanno espresso una volontà inequivocabile di rinnovamento della politica e dei partiti, di semplificazione dell’assetto istituzionale della Sardegna? Malevole interpretazioni! Il 6 di maggio non è successo niente. Allora eravamo su “scherzi a parte”? No, molto più semplicemente, per un giorno siamo stati tutti protagonisti del “teatrino” della politica sarda. La politica è una cosa troppo seria per essere lasciata nella disponibilità di “ignari” e “sprovveduti” cittadini! Avete visto cosa avete combinato a voler essere protagonisti per un giorno? Un vero e proprio caos ammnistrativo ed istituzionale. E poi alcuni di quei quesiti referendari erano palesemente incostituzionali: l’hanno detto persino insigni giuristi, dopo. E il Presidente Cappellacci che ha cavalcato in lungo e in largo i referendum? Pura demagogia, mera propaganda. E il Consiglio regionale, la massima assise del popolo sardo? Avevano ben altro a cui pensare i nostri “legislatori”.

E il Consiglio delle Autonomie? Nessuno lo ha interpellato. E l’ANCI? Non bastano i problemi in cui si dibattono le amministrazioni comunali, adesso ci mancavano anche le province. L’unica che ha dimostrato una qualche coerenza è stata l’Unione delle province sarde, che per tempo aveva evidenziato i dubbi di costituzionalità del quesito referendario: peccato che questa coerenza meritasse una migliore causa che non la semplice conservazione dello status quo. La verità è che un po’ tutti, istituzioni, partiti, associazioni, sindacati, hanno affrontato i referendum con un retro pensiero: cavalchiamoli, assecondiamoli, enfatizziamoli, tanto poi il quorum non si raggiunge. Figuriamoci se i sardi hanno tempo da perdere dietro i referendum “anti casta”. Ed invece, ancora una volta, è stato sottovalutato il distacco che separa oramai i cittadini dalla cattiva politica. Alte si sono subito levate le grida e le proteste di quanti - specie dei rappresentanti istituzionali delle province da abrogare, a dire il vero molto meno quelle dei cittadini - hanno paventato una sorta di catastrofe politica, economica, amministrativa, culturale, civile. A questo punto bisognava correre ai ripari. Il Consiglio regionale, a tempo di record, ha approvato una legge che dovrebbe consentire di recuperare la volontà dei cittadini di cancellare le province, forse.

Entro il 31 ottobre 2012 il Consiglio regionale dovrebbe fare quello che non è riuscito a fare negli ultimi tre anni: approvare una legge di “ riordino generale delle autonomie locali”. Entro il 31 dicembre dovrà essere “data attuazione al processo di riforma”. Il 28 febbraio 2013 dovranno essere “soppresse le province”, forse. Lo scetticismo non è immotivato. Il sospetto è che i tempi si possano dilatare sino a vanificarne gli effetti. Il ricordo va al referendum del ’93 contro il finanziamento pubblico dei partiti, approvato a grande maggioranza dagli italiani: è bastato sostituire la parola “contributo” con “rimborso” per riaprire i cordoni della borsa. L’impegno che il Consiglio regionale ha assunto è di quelli che fanno tremare le vene ai polsi. La posta in gioco è molto alta: l’ultima briciola di credibilità di una classe politica sempre più distante dai bisogni reali dei cittadini. La trappola del tutto cambi perché niente cambi è sempre in agguato.

Massimo Dadea

domenica 27 maggio 2012

Sardegna, la strategia del saccheggio

Se ne è parlato come dell'ennesima manifestazione di malcostume politico, ma forse è qualcosa di più e di peggio. Forse è il segnale dell'inizio della fase conclusiva, la più drammatica e pericolosa, del crollo di un Paese: la fase del saccheggio. La notizia ha occupato per qualche giorno i notiziari sardi: la nomina alla guida della Carbosulcis, da parte del governatore Ugo Cappellacci, di un ventottenne del tutto incompetente: “Non conosco i bilanci dell'azienda, non so niente della realtà gestionale e amministrativa, e dunque non conosco le eventuali potenzialità da poter sfruttare per il rilancio dell'azienda”, ha dichiarato in un'intervista a Sardegna quotidiano. A quanto pare, i 'titoli' di Alessandro Lorefice – così si chiama il giovane incompetente – sono tutti di natura politica: è consigliere comunale del Pdl a Iglesias e si è schierato nella faida interna al partito con Ugo Cappellacci.

'Meriti' che, oltretutto, non sono stati acquisiti autonomamente ma per via ereditaria. Il giovane è figlio di un esponente locale del centrodestra il quale gli ha trasferito il suo pacchetto di voti e, amorevole genitore, ha anche provveduto a sistemare il ragazzo nell'istituto scolastico del quale è direttore didattico. Insomma, un raccomandato integrale. La nomina degli incompetenti ai posti di comando è una delle prassi instaurate dal berlusconismo nel governo del Paese e nell'Isola è stata largamente praticata. Senza alcun pudore. Nell'agosto scorso, l'attuale assessore alla Sanità Simona De Francisci, proprio come il giovane Lorefice, subito dopo la nomina dichiarò la sua assoluta ignoranza e annunciò che si accingeva a “studiare la materia”. Ma allora perché quest'ultima nomina dovrebbe segnare una svolta, un ulteriore passo in direzione dello sfascio? Il sospetto si fonda sulle mosse compiute in questi ultimi mesi dal governatore Cappellacci. Tutte finalizzate alla ricostruzione della sua immagine pubblica e a rendere credibile la trasformazione del governatore-fantoccio voluto da Berlusconi (anche in quel caso per 'meriti familiari'), in una sorta di Masaniello nuragico impegnato in una perenne battaglia contro il governo di Roma.

E' di qualche giorno fa il roboante annuncio di comunicare con Monti attraverso documenti scritti in sardo. E oltre che in Italiano. Mettiamo da parte per un momento la valutazione dell'efficacia di questa strategia. Con un'avvertenza: sarebbe imprudente sottovalutarla. La sinistra fece un grave errore quando, dopo l'annuncio della discesa in campo di Berlusconi, reagì con l'ironia. Dimostrando di non aver in alcun modo capito la devastante forza del controllo dei mezzi d'informazione. E, nell'Isola, Cappellacci – che con i soldi pubblici da anni agisce come 'co-editore' del principale quotidiano e della principale tv – ha senza dubbio un'ottima stampa. Di certo il governatore ha perseguito per mesi con estrema cura il proprio restyling. Ha mutuato molti temi dell'antipolitica, compare con regolarità, seguito dalle telecamere, alle manifestazioni dei movimenti. Si fa fotografare con una berritta in testa e sostiene i referendum anticasta. E manca meno di un anno alle elezioni politiche e meno di due alle Regionali. Il tempo stringe, insomma. Perché rischiare di compromettere questo lavoro con una nomina così evidentemente berlusconiana e clientelare? E' dalla risposta a questa domanda che nasce il dubbio attorno all'inizio della fase del saccheggio.

Cappellacci non è uno sprovveduto. E di certo è consapevole della impopolarità del suo gesto. Sa bene che la nomina di Alessandro Lorefice è una sintesi perfetta di tutto ciò che oggi fa infuriare l'elettorato. Perché ha deciso di compiere il passo? Non aveva a disposizione un fedelissimo meno impresentabile? Il saccheggio è, tecnicamente, l'appropriazione violenta dei beni di una popolazione. Mira a soddisfare le brame dei miliziani e dei loro comandanti. Determina un odio eterno e rende complicatissimo il controllo del territorio occupato. Di solito se ne pagano i danni con gli interessi. Li pagano allo stesso modo i figli dei saccheggiati e dei saccheggiatori. Col saccheggio si sceglie di appropriarsi dei beni presenti rinunciando alla possibilità di godere dei beni futuri. Non a caso veniva praticato dalle orde vandaliche, cioè da eserciti in transito, destinati a proseguire la loro marcia fino al saccheggio successivo. Truppe che, col loro passaggio, inaridivano la terra: non cresceva più l'erba. Il combinato disposto delle riforme che dovranno essere messe in atto prima delle prossime elezioni (la riduzione del numero dei consiglieri regionali) e dei risultati delle recenti amministrative, ha detto con chiarezza alla classe politica che per molti degli attuali membri delle istituzioni non hanno alcuna possibilità di salvare la poltrona. Contano i giorni, i mesi, le indennità. Arraffano tutto ciò che possono per riempire la dispensa (di beni materiali ma anche di crediti, cioè di futuri favori) e si preparano ai tempi cupi.

Un atteggiamento simile a quello di certi imprenditori che dirottano i capitale dalle aziende al loro patrimonio familiare. E' un fenomeno tipico delle fasi di crisi economica. E' il 'si salvi chi può'. Il fatto che l'improbabile Masaniello sardo ne venga oggi travolto non può essere motivo di soddisfazione. Non c'era bisogno di Lorefice per provarne l'inadeguatezza e l'inaffidabilità. Mentre questo episodio, e altri che con tutta probabilità silenziosamente avverranno in questi mesi nelle segrete stanze del potere, contribuisce a rendere ancora più pesante il lavoro di ricostruzione della vita pubblica che dovrà essere avviato quando i nuovi vandali usciranno dal Palazzo.
Giovanni Maria Bellu

venerdì 25 maggio 2012

Su Sardegna 24 opportuno l'intervento della magistratura

Nota diffusa da Giovanni Maria Bellu

La vicenda della liquidazione di Sardegna24 si protrae ormai da troppo tempo. Condivido totalmente la nota diffusa dell'Assostampa sarda. E la interpreto come un via libera ad agire in giudizio e a mettere in atto tutte le misure, a partire dall'istanza di fallimento, consentite dalla legge. Ho subito un danno doppio. Non solo, come tutti i colleghi, vanto un considerevole credito da lavoro, ma ho investito nel tentativo di salvare l'azienda e il giornale oltre centomila euro del mio patrimonio personale e familiare. Per poi scoprire, a un mese del passaggio delle quote, che la situazione finanziaria reale era radicalmente diversa da quella che mi era stata prospettata. La nullità di quell'accordo è così evidente che il liquidatore – come è noto all'Assostampa – da mesi ha avviato una interlocuzione con i soci fondatori e non col sottoscritto. Sono loro a dover decidere se liquidare l'azienda, mettendo a disposizione le risorse necessarie, o affrontare il fallimento con tutte le sue conseguenze possibili. Ho da tempo comunicato al liquidatore che se dovessi guardare solo al mio interesse personale agirei immediatamente per favorire l'avvio della procedura fallimentare. Credo infatti che l'occhio imparziale del giudice civile, e se del caso penale, sia quello più idoneo a ricostruire nei dettagli questa vicenda scandalosa non solo sul piano imprenditoriale ma anche politico e culturale.

La magistratura, col suo potere sanzionatorio che si estende fino ai testimoni, obbligati a non dire il falso e a non tacere il vero, può risalire alle responsabilità della malagestione, può svelare alcune vicende sbalorditive che ho potuto scoprire solo dopo che, acquisite le quote, ho avuto accesso alla contabilità, può individuare l'esistenza di eventuali soci occulti, può dipanare la matassa delle relazioni tra Sardegna24 Srl e altri soggetti imprenditoriali. La magistratura può chiarire se certi comportamenti siano stati frutto di colpa o anche di dolo. La vicenda di Sardegna24 è un modello negativo degli effetti nefasti che è in grado di produrre una concezione solo strumentale del ruolo dell'informazione. Credo che un processo pubblico sarebbe utile a dissuadere chiunque altro ad agire in futuro con tanta leggerezza sia nei confronti dell'opinione pubblica, sia nei confronti dei dipendenti. Ho tuttavia comunicato da tempo al liquidatore, e ieri all'Assostampa, che sono disposto ad aderire a una ragionevole transazione, dunque rinunziando a parte di quanto mi è dovuto, se questo può favorire una chiusura non traumatica della vicenda, col pagamento ai colleghi delle loro spettanze e con la regolarizzazione delle posizioni contributive. Ma il tempo, ormai, è scaduto.

Il trasformismo "indipendentista"

Il trasformismo si esercita in vari modi, esattamente come il camaleonte prende colori diversi a seconda dell'ambiente ove si mimetizza. Sul piano nazionale il trasformismo oggi viene esercitato mutuando i toni e gli argomenti di quella che, fino all'altro ieri, i trasformisti definivano con disprezzo 'antipolitica'. In Sardegna a questo atteggiamento (emblematico il caso dell'ex assessore all'Agricoltura che mette in scena una commedia sul 'politico sciupone') si aggiunge una sorta di indipendentismo furbetto. E' di ieri l'annuncio del governatore Ugo Cappellacci: comunicherà col governo Monti attraverso note scritte in italiano e in sardo. Cappellacci quello che, in perfetto italiano, metteva il destino della Sardegna nelle mani di Berlusconi e del 'governo amico'. Come i sardisti che regalavano a Berlusconi il simbolo dei Quattro Mori e che ora vorrebbero trovare un posticino in una futura coalizione di centrosinistra.

Ma attenzione, stiamo parlando di professionisti della poltrona. Se tentano queste operazioni, è perché ritengono di aver qualche speranza di successo. Sanno di agire in un ambiente dove la memoria e debolissima e l'informazione fa poco o nulla per coltivarla. La memoria è irrisa, trattata alla stregua di una forma di pedanteria ossessiva. A maggior ragione bisogna coltivarla senza paura e senza indulgenze. Sapendo che la battaglia sarà durissima.
Giovanni Maria Bellu

venerdì 18 maggio 2012

I dieci referendum e la Regione inerte

Sono trascorse oramai due settimane dall’esito dei dieci referendum “anti casta” ed ancora la Giunta regionale, il Consiglio regionale, i partiti e una certa “politica”, non si sono ripresi dallo shock: annaspano, confusi e storditi, per il sonoro schiaffo subito; increduli ed offesi per “l’ingratitudine” dimostrata nei loro confronti; si agitano in modo convulso, come tanti tonni nella tonnara; balbettano e sproloquiano, alla ricerca di una qualche soluzione tesa magari ad aggirare la volontà dei cittadini. Non è difficile intravvedere dietro la spessa cortina fumogena sollevata dalla selva di dichiarazioni, tra loro contrastanti, la grande confusione che regna sotto il cielo della politica: se la giunta regionale propone il commissariamento delle quattro province abrogate, il Consiglio regionale risponde, attraverso il gruppo di giuristi chiamati a consulto, sollevando dubbi di incostituzionalità sui quesiti che proponevano l’abrogazione delle nuove Province.

La verità è che il vuoto lasciato dall’abrogazione delle nuove province istituite con legge regionale, deve essere tempestivamente colmato con una nuova legge. Una legge di riforma del sistema delle autonomie locali che contenga delle norme transitorie che assicurino il passaggio indolore dal vecchio ordinamento al nuovo. La cosa non dovrebbe essere particolarmente difficile neanche per un’Assemblea regionale che finora ha brillato per l’inconcludenza in materia di riforme istituzionali. Una legge di riforma che dovrebbe inserirsi, sempre che non prevalgano inutili e stupidi egoismi di partito o di schieramento, nel solco tracciato nella scorsa legislatura dall’insieme delle riforme avviate dalla Giunta di sinistra: un processo di semplificazione istituzionale che aveva portato alla cancellazione di ventuno Comunità montane e con esse ventuno presidenti, oltre duecento assessori e più di cinquecento consiglieri; la riforma degli enti strumentali della Regione con l’eliminazione di venti enti inutili, di oltre cinquanta consigli di amministrazione e un migliaio di posti di sottogoverno; la riduzione dei Consorzi industriali da sedici a otto.

La costruzione di un nuovo modello di Regione: una Regione più snella e leggera che attraverso la legge sul “federalismo interno” e il “fondo unico” a favore dei comuni, si spogliava delle funzioni amministrative per trasferirle al sistema delle autonomie locali, mantenendo per sé le sole funzioni di programmazione e di controllo. Una riforma istituzionale che sarebbe potuta essere ancora più incisiva se non si fosse scontrata con le “timidezze” di un Consiglio regionale profondamente conservatore e le divisioni all’interno della stessa maggioranza di sinistra. Tutto questo non farebbe comunque dimenticare il dato politico di fondo emerso con l’esito dei referendum: i sardi con il loro voto hanno sostanzialmente delegittimato la giunta Cappellacci e con essa la stessa Assemblea regionale. I cittadini hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare un governo regionale autorevole ed efficiente e un Consiglio regionale capace di interpretare al meglio la sua funzione più alta e significativa: fare le leggi e con esse le riforme. Ed allora bisogna avere il coraggio e la dignità di prendere atto del significato di quel voto e trarne tutte le conseguenze. D'altronde l’elezione diretta a suffragio universale del Presidente della Regione pone al centro del sistema politico il cittadino: è il cittadino che sceglie liberamente il Presidente, il programma di governo e la maggioranza consiliare. Con il voto si instaura un vincolo indissolubile. Se questo vincolo si rompe, perché come in questo caso viene meno la fiducia, tutti a casa e la parola ritorna agli elettori: il cittadino arbitro della politica.
Massimo Dadea

mercoledì 16 maggio 2012

Cena ad Asibiri con Marcello Fois

Giovedì 24 maggio alle 19 al Ghetto degli ebrei di via S. Croce, a Cagliari, Mieleamaro il Circolo dei lettori e Libreria Tiziano hanno organizzato la presentazione di “Nel tempo di mezzo” di e con Marcello Fois, il candidato Einaudi al Premio Strega 2012. Intervengono Francesco Abate e Paolo Maccioni.

Dopo la presentazione al Ghetto degli ebrei, Marcello Fois – dalle 21,30 - sarà nella nostra sede in via San Saturnino 7 dove si terrà una cena in piedi a base di prodotti sardi. Sarà un modo per continuare a chiacchierare assieme e per conoscerci. Chi è interessato a partecipare, invii la prenotazione alla mail associazioneasibiri@gmail.com. Chi non è socio di Asibiri, dovrà semplicemente associarsi versando la quota annuale di 20 euro. Da quanti sono già soci sarà gradito un contributo volontario. Se avete libri da scambiare, portateli con voi. Nella sede è sempre operativo il book crossing: portate un libro e ne prendete un altro che vi piace.

martedì 15 maggio 2012

Informazione di servizio - E-mail soci Asibiri

Gentilissimi,
invitiamo le persone che durante la serata del 10 febbraio scorso al teatro Massimo di Cagliari hanno dato un contributo finanziario all'associazione - diventando di fatto soci di Asibiri - a inviarci la propria e-mail all'indirizzo associazioneasibiri@gmail.com Durante la serata infatti, vista la concitazione dovuta alla grande partecipazione, non sono state raccolti tutte le e-mail utili a ricevere gli aggiornamenti e il calendario di appuntamenti organizzati dall'associazione.
Grazie

Saviano e i polpacci di Giuliano Ferrara

L'articolo di Giuliano Ferrara contro Roberto Saviano mi ha riportato alla mente un fatto che accadde molti anni fa, nell'estate del 1991. Con Peppe D'Avanzo fummo invitato a un dibattito pubblico registrato dalla Rai come autori de “I giorni di Gladio”, un saggio sul caso che dall'autunno dell'anno precedente occupava le prime pagine dei giornali. Si trattava di discuterne con Giuliano Ferrara che all'epoca era già un famoso personaggio televisivo. Lo incontrammo prima di salire sul palco. Fu affabile e un po' patetico. Ci raccontò che non poteva portare le calze lunghe con l'elastico perché stringevano troppo. Se ricordo bene gli procuravano delle ulcere. Parlammo lungamente dei suoi polpacci. Solidarizzammo. Poi ci chiamarono sul palco e il dibattito cominciò. A freddo, improvvisamente, Ferrara annunciò al pubblico che non considerava Giuseppe D'Avanzo un interlocutore perché aveva scritto 'falsità' su un altro caso, quello di Claudio Martelli, il vice di Bettino Craxi, che qualche mese prima era rimasto coinvolto in una vicenda di droga a Malindi. A parte il fatto che Peppe aveva fatto dei pezzi di pura cronaca, il 'caso Malindi' non c'entrava niente con la questione della quale eravamo stati chiamati a discutere. Che era appunto “Gladio”, la struttura clandestina ma legale messa su dai servizi segreti nazionali e dalla Cia a metà degli anni Cinquanta. Tra l'altro (ma questo sarebbe emerso solo una decina di anni dopo) Ferrara, da ex informatore della Cia, aveva una competenza specifica in materia. Decise invece di infliggere una coltellata a freddo, scientificamente, con lo scopo di intimidire l'interlocutore. Una coltellata, o se preferite un pugno sotto la cintura prima del gong. In pochi minuti, l'affabile ciccione si era trasformato in un perfido killer mediatico. Peppe ci rimase malissimo. Credo che quell'esperienza sia stata determinante nella sua decisione di non andare mai in tv. Alla fine del match parlammo della scorrettezza di Ferrara più con sorpresa che con rabbia. Come si poteva essere così sleali? Così tanto preoccupati del risultato dello scontro pubblico da mettere da parte in un istante tutte le regole del galateo? E, anche, così attenti a lanciare un messaggio di fedeltà all'amico Claudio Martelli, un uomo potente. Mancava ancora un anno a Tangentopoli.

Per me Ferrara è sempre stato quello là. Quello che si lamenta per l'elastico delle calze e poi ti accoltella alla schiena. Però “è intelligente”. Ecco, questa è stata l'obiezione che, negli anni, mi sono sentito spesso rivolgere anche da persone che stimo. Ferrara, da un certo momento in poi, è diventato “l'intelligente del centrodestra italiano”. E questo, secondo una certa logica, legittima tutto. Su questa storia della “intelligenza” ho rotto delle amicizie. Io l'intelligenza la considero un'aggravante. Se certi comportamenti vengono da un cretino puoi anche giustificarli, ma se arrivano da un “intelligente” non ci sono scuse: è semplicemente in malafede. Non ho mai conosciuto un truffatore stupido. Non ho nemmeno conosciuto un truffatore antipatico. Chi svolge questa attività, deve essere per forza intelligente e simpatico. E' una precondizione. Ferrara non è un truffatore. E' un manipolatore. E non esistono manipolatori cretini. Ho così riassunto il tema di tante inutili discussioni. La novità, per me, è che comincio a considerare dirimente il giudizio su questi personaggi e su questi comportamenti. Cioè comincio ad avere il dubbio che le persone stimabili che sostengono l'argomento della “intelligenza legittimante” lo facciano per paura e forse per interesse. Perché questo riconoscimento fa parte degli obblighi sociali di una generazione politico-professionale che difende e salvaguarda se stessa indipendentemente dalle appartenenze. E che si perpetua attraverso forme di cooptazione che richiedono l'adesione a precisi codici di comportamento e a un certo linguaggio. L'adesione, per esempio, si manifesta nell'uso abituale del nome di battesimo anziché del cognome.

Ho imparato a diffidare di quanti, dopo averlo chiamato come tutti Ferrara, a un certo punto cominciano a indicarlo come “Giuliano”. E' un vezzo molto irritante che produce effetti grotteschi quando, praticato da persone non particolarmente intelligenti, si estende a tutti personaggi noti. Avete presente quelli che, senza averlo mai visto, chiamano “Gabo” Gabriel Garcia Marquez? Quei modi diventano un segno di appartenenza, lo strumento per comunicare che si è entrati nel giro. Il giro di quelli che contano, che si danno del tu nei dibattiti. E che a volte si distraggono ed esagerano. Ricordate il bigliettino passato da Nicola (Latorre) a Italo (Bocchino)? E' tutto molto penoso. Sono storie piccole di un'Italia provinciale e modesta. Di un ceto politico e culturale dove ci si alterna nel ruolo di bandito e carabiniere. E che, ogni volta che può, tenta di riappropriarsi di quanti rifiutano il gioco. La parte forse più stomachevole dell'articolo di Ferrara è quella in cui contrappone Saviano a Giorgio Bocca. Sono certo che i Ferrara del futuro un giorno contrapporranno Roberto Saviano al prossimo rompicoglioni di successo. Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente composta da donne e da uomini che si diano del lei, che non trasformino il rispetto per l'avversario in complicità. E che considerino l'intelligenza la condizione necessaria ma non sufficiente per svolgere un ruolo di responsabilità. Abbiamo bisogno di persone che vengano riconosciute per quanto fanno, mettendosi in discussione ogni giorno. Quella in atto è una commedia di maschere, una commedia dell'arte senza arte né parte. La solita commedia italiana che, a seconda di quel che accade nel mondo, può volgere in farsa o in tragedia.
Giovanni Maria Bellu

mercoledì 9 maggio 2012

Incontro-dibattito sul tema della violenza sulle donne

Venerdì 11 maggio alle 18.30, nella sede di via San Saturnino 7 a Cagliari, si terrà un incontro-dibattito sul tema della violenza sulle donne. Parteciperanno all'iniziativa 


Giovanni Maria Bellu, giornalista e scrittore, presidente dell'associazione Asibiri


Nino Solepsicoterapeuta, autore del saggio "Accesso all'inconscio donna – Clinica e psicoterapia ipnotica nel trattamento di quattro casi clinici"

Gianluigi Gessapsichiatra e farmacologo, docente di Neuropsicofarmacologia all'Università di Cagliari

Alberto Bocchettapsicofarmacologo

Durante l'incontro Annamaria Deidda leggerà alcuni brani tratti dal libro di Concita De Gregorio "Malamore. Esercizi di resistenza al dolore"

Ingresso libero e gratuito

I referendum e la pessima politica

Il risultato dei dieci referendum “anti casta”, la loro schiacciante approvazione, è il segnale inequivocabile della profonda sfiducia dei cittadini sardi nei confronti dei partiti, delle istituzioni autonomistiche, di una certa “politica”. Di fronte all’incapacità del Consiglio regionale di autoriformarsi, dei partiti a rinnovarsi, i cittadini sardi hanno deciso di fare da soli, di prendere in mano le redini del proprio destino, di farsi essi stessi “politica”. Sono segnali assai allarmanti che danno le dimensioni della voragine che separa oramai i cittadini dalle istituzioni. La delegittimazione dei partiti è però un duro colpo per la democrazia. La risposta non può però essere che chi critica i partiti, fa il gioco dell’antipolitica. Sono i partiti che in spregio della volontà popolare, hanno ignorato le invocazioni dei cittadini. I Referendum sono stati rimossi in modo sprezzante. L’antipolitica nasce dalla pessima politica. La buona politica è la vera risposta all’antipolitica.

In Sardegna la responsabilità dei partiti e dell’Assemblea regionale è ancora maggiore: su di essi, che sono i responsabili dello sfascio, grava il difficile compito di dare attuazione concreta al risultato dei referendum e di riconquistare una fiducia, quella dei cittadini, che sembra irrimediabilmente compromessa. Il tutto aggravato da una giunta regionale, inadeguata ed incapace, che con sprezzo del ridicolo ha cercato di mettere il cappello sui referendum. Ma siamo sicuri che la “casta” presente nel Consiglio regionale abbia un qualche interesse a dare corso ai risultati dei referendum? E non invece a mettere in atto una “melina” che faccia trascorrere inutilmente il tempo che ci separa dalla fine della legislatura? Sono dubbi legittimi. L’affidabilità dei partiti non è più rassicurante. Ma i partiti non sono tutti uguali, e non tutti hanno le stesse responsabilità: fare dei distinguo si può e si deve.

Solo due esempi. Il PD, le cui pulsioni autolesioniste sono risapute, basti pensare alla recente zuffa mediatica tra Presidente e Segretario regionale, appare ancora una volta paralizzato dai veti incrociati tra le diverse tribù, ma ha in sè le risorse e le volontà necessarie. Un partito che non riesce a decidere sulla cancellazione o meno delle Province, perché una decisione in tal senso finirebbe per produrre lacerazioni insanabili. Quanto sarebbe bene accolto un chiarimento definitivo attraverso una decisione democratica che sancisca il prevalere di una posizione sull’altra, capace di definire, una volta per tutte, il profilo riformista, progressista e di sinistra del partito. Chi non si riconosce in questo profilo può sempre prendere altre strade. Questo vale anche per le riforme istituzionali. Non si può sempre dire no a tutto: no alla Costituente, no a qualsiasi confronto sui temi della sovranità e dell’indipendenza. Non si può ancora rimanere abbarbicati ad una elaborazione che risale alla metà del secolo scorso: la stanca riproposizione della Autonomia speciale.

E’ venuto il momento per il PD di mettere in campo una convincente proposta di nuovo assetto istituzionale per la Sardegna, che ne ridisegni il rapporto con il suo “esterno”, l’Italia e l’Europa, e con il suo “interno”, la riforma del sistema delle autonomie locali. Una riflessione a parte merita il partito dei Riformatori. Fino ad oggi si erano distinti più che per le riforme, per la evocazione delle riforme. Le riforme venivano più spesso evocate, tuttalpiù auspicate, spesso esorcizzate, mai perseguite. Questa volta bisogna dare atto ai Riformatori di essere stati i promotori e l’anima dei dieci referendum, di essere riusciti ad interpretare, per tempo, il vento di cambiamento che agita la società sarda. Ci si chiede: cosa ci stanno a fare in una giunta regionale e in una maggioranza di destra che ha tante responsabilità per la drammatica condizione che vive oggi la Sardegna?

Massimo Dadea

lunedì 7 maggio 2012

I burocrati dei partiti preparano le barricate

Tra gli effetti collatterali della sacrosanta vittoria dei dieci referendum ci sarà l'avvelenarsi delle lotte interne ai partiti e il rafforzarsi dell'ostilità al rinnovamento. Per la semplice ragione che, col taglio delle province e del numero dei consiglieri, scompariranno molte poltrone. Mentre il numero dei sederi desiderosi di occuparle resta invariato. Non a caso, quando si parla di 'rinnovamento dei partiti', uno dei punti più controversi e discussi è quello del limite al numero delle legislature. Lo scorso settembre suscitò un certo dibattito, e un ancora più certo malumore interno, il disegno di legge presentato da un gruppo di parlamentari democratici quarantenni per rendere tassativo il limite di tre legislature. Questo limite è già previsto nel regolamento del Pd, ma vi si passa sopra con larghezza. Basti dire che su 206 parlamentari democratici, ben 86 hanno usufruito della deroga. E tra essi, ovviamente, ci sono tutti i big. Anche nel “Manifesto per un nuovo soggetto politico” lanciato a fine aprile da Paul Ginsborg si affronta la questione (prevedendo un limite di due legislature). E molti ricorderanno che uno degli aspetti più più discussi del celebre discorso di Matteo Renzi sulla “rottamazione” fu il tema del numero dei mandati parlamentari dei leader storici. Si potrebbe continuare con tanti altri esempi.

Questa relazione tra 'rinnovamento' e 'numero delle legislature', rivela una certa idea della politica e può aiutare a spiegare perché è così difficile avviare un autentico rinnovamento. Essa infatti dà per scontato che per fare politica, per farla ai massimi livelli, sia assolutamente necessario essere in Parlamento. Come se il fatto di non essere senatore o deputato (ma questo vale anche nei consigli regionali e comunali) determinasse automaticamente una perdita di autorevolezza. Si parla della possibile non ricandidatura di D'Alema, Veltroni o Bindi come della fine della loro carriera politica. E, d'altra parte, i diretti interessati reagiscono con una veemenza che accredita questa impressione. Chi afferma la necessità di questo benedetto 'limite' è subito collocato nella categoria degli oppositori interni. Gli viene assegnata d'ufficio la tessera del 'rottamatore' anche se non lo è affatto. Col risultato di comunicare ai militanti, agli elettori, ai cittadini, che le istituzioni sono il solo luogo dove si può praticare la 'vera' politica. Chi ne è fuori svolge una politica minore.

Questa conclusione, ovviamente, non viene espressa. Al contrario, la retorica ufficiale dei partiti, di tutti i partiti, ha tra i suoi fondamenti l'esaltazione del 'lavoro oscuro ma indispensabile' del militante. Si va avanti così a diffondere questo messaggio diseducativo. E' curioso che personalità politiche acute ed esperte non ne rilevino la contraddittorietà. Viene il dubbio che, pur rendendosene conto perfettamente, preferiscano far finta di nulla. Per una ragione banalissima, che corrobora l'argomento principe di quella 'antipolitica' che si vorrebbe combattere: l'argomento secondo il quale l'attaccamento alla poltrona (ai privilegi e allo stipendio) è una delle motivazioni fondamentali dei politici di professione, compresi i più famosi tra essi. In effetti è molto difficile far stare assieme il ruolo di leader e l'attaccamento alla poltrona. Come posso invitare i cittadini a sostenere (gratuitamente, generosamente) un ideale se io, l'autore di quell'invito, non riesco a concepire la possibilità di fare politica fuori dal Parlamento? Perché il signor Rossi, o il signor Sanna, dovrebbe aprire e chiudere la sezione o il circolo, volantinare, aggiornare il sito, la pagina facebook etc etc del tutto gratis se io dico che è impossibile per me fare cose tra l'altro ben più gratificanti e piacevoli, come elaborare le leggi, se non ho la contropartita dello status del parlamentare? Se Massimo D'Alema fosse fuori dalla Camera, sarebbe meno D'Alema di prima? Perderebbe la sua autorevolezza? Qualcosa gli impedirebbe di parlare e di fare politica? E così Veltroni e tutti gli altri parlamentari di lungo corso. Se davvero così fosse, ci sarebbe un motivo in più, un motivo molto serio, per invitarli, e anzi obbligarli per legge, a lasciare i loro scranni e persone più solide e motivate di loro.

Giovanni Maria Bellu

domenica 6 maggio 2012

Referendum: raggiunto il quorum

Il quorum ai dieci referendum è stato raggiunto. Considerando quanto è accaduto nelle ultime settimane il risultato è straordinario. Nessuna forza politica ha investito nella campagna referendaria, i pochi manifesti sono stati affissi dai promotori, i fautori del 'no' hanno evidentemente contato sull'astensionismo. Inoltre: non c'è stato l'election day e, però, la coincidenza del voto di oggi con le amministrative ha creato in molti elettori la convinzione erronea che anche per i referendum sardi si potesse votare fino a lunedì. Molti voti sono andati dispersi in questo modo. Questo risultato rende necessaria una analisi del comportamento politico di chi ha finto di sostenere i referendum senza fare niente. Vediamo se proveranno a mettere il cappello sul risultato. In fondo gli è andata male: contavano su un quorum netto o su una netta sconfitta.

Questo risultato sul filo chiama in causa le scelte e i comportamenti di tutti. La politica dei furbi tatticismi ha prodotto un risultato complesso. Non si può pensare di risolvere i problemi stando a guardare per poi decidere, a seconda di come vanno le cose, che posizione prendere. La posizione è stata presa nel fare o nel non fare. Adesso ognuno dovrà risponderne Noi continueremo a denunciare i furbi che sono saliti sul treno dell'antipolitica per salvare se stessi. Abbiamo una lunga lista. Una prateria.

Giovanni Maria Bellu

sabato 5 maggio 2012

Lettera al gatto di Michela Murgia

Caro gatto, ho letto quanto ha scritto Michela a proposito dei referendum 'sardi' di domenica prossima. Lei dice che tu hai capito tutto vedendo chi quei referendum ha proposto. Sono certo che è così. Siamo quasi totalmente d'accordo sui giudizi specifici su questo o quel referendum. E sicuramente lo siamo sulla questione principale: che tutte quelle cose che vengono proposte attraverso i referendum, i proponenti dei medesimi avrebbero potuto realizzarle semplicemente esercitando la funzione per la quale sono molto ben retribuiti. Lascio da parte, gatto, la abbastanza penosa questione del presidente della Regioni Ugo Cappellacci. Ci potrebbe fuorviare, tanto è scandaloso il suo essere un 'referendario'. Quindi mettiamola da parte e consideriamola per quello che è: la mediocre astuzia di un mediocre.

Andiamo – fai questo sforzo: so che non è l'ambiente che ami – nelle zone d'ombra, nelle aree di confine. Quei luoghi dove le ragioni e i torti, la buona fede e la mala fede, si intrecciano. Dove hai un buon argomento e un poco credibile argomentatore. Uno che dice una cosa giusta, ma non si capisce perché non l'abbia realizzata, visto che avrebbe potuto farlo se solo ci si fosse dedicato. Là trovo un gruppo politico che si chiama 'I Riformatori' che sostiene la giunta Cappellacci, ha addirittura degli assessori, eppure sostiene anche i referendum. E che, quando ha minacciato di abbandonare quella giunta, non l'ha fatto perché non perseguiva la strada referendaria, ma per una cosa che è nota come “legge sul golf”. E questo basterebbe.

Dunque, gatto di Michela, dove non ci troviamo d'accordo? Non offenderti, ma il problema è proprio la tua natura gattesca. Mi spiego: tu capisci al volo, sei intelligentissimo e coraggioso. Ma sei un gatto. Non voti. Non hai la scheda elettorale. E' una discriminazione che un giorno sarà superata. Visto che votano tanti maiali, non si capisce perché i gatti non possano farlo. Questa è comunque la situazione presente: votano i cittadini. Che hanno pochissimi strumenti per cambiare le cose. E il voto – appannaggio esclusivo dei cittadini – è lo strumento fondamentale e quasi unico di cui dispongono. Ecco, la differenza tra le nostre posizioni è questa. Che io considero 'sacro' lo strumento del voto. Credo che vada preservato e difeso. Mi preoccupano molto i cittadini che vi rinunziano, perché rischiano di regalare ancora il potere a quelli che ce l'hanno già e che l'hanno gestito così male.

 Sai, gatto, che ci sono uomini politici in grado di calcolare, fino quasi all'unità, i voti che controllano? Sai che 2542 voti (per esempio) valgono 5 se tutti vanno alle urne e valgono 20 se ci va solo la metà? Ecco, a me questo ragionamento basta per dire che si deve andare a votare sempre, anche se ho dei compagni di strada di cui non mi fido. Sull'altro fronte, infatti, ho dei sicuri nemici. Mi basta per dire che il voto è un bene primario. Vale da solo, vale 'in quanto tale'. Dobbiamo difenderlo Ti sottopongo queste riflessioni, in attesa del momento in cui anche tu potrai votare. Il momento in cui le ragioni della natura e della vita avranno rappresentanza. Un giorno che verrà, ma che non è purtroppo il nostro presente.
Ciao, miao
Giomaria