lunedì 7 maggio 2012

I burocrati dei partiti preparano le barricate

Tra gli effetti collatterali della sacrosanta vittoria dei dieci referendum ci sarà l'avvelenarsi delle lotte interne ai partiti e il rafforzarsi dell'ostilità al rinnovamento. Per la semplice ragione che, col taglio delle province e del numero dei consiglieri, scompariranno molte poltrone. Mentre il numero dei sederi desiderosi di occuparle resta invariato. Non a caso, quando si parla di 'rinnovamento dei partiti', uno dei punti più controversi e discussi è quello del limite al numero delle legislature. Lo scorso settembre suscitò un certo dibattito, e un ancora più certo malumore interno, il disegno di legge presentato da un gruppo di parlamentari democratici quarantenni per rendere tassativo il limite di tre legislature. Questo limite è già previsto nel regolamento del Pd, ma vi si passa sopra con larghezza. Basti dire che su 206 parlamentari democratici, ben 86 hanno usufruito della deroga. E tra essi, ovviamente, ci sono tutti i big. Anche nel “Manifesto per un nuovo soggetto politico” lanciato a fine aprile da Paul Ginsborg si affronta la questione (prevedendo un limite di due legislature). E molti ricorderanno che uno degli aspetti più più discussi del celebre discorso di Matteo Renzi sulla “rottamazione” fu il tema del numero dei mandati parlamentari dei leader storici. Si potrebbe continuare con tanti altri esempi.

Questa relazione tra 'rinnovamento' e 'numero delle legislature', rivela una certa idea della politica e può aiutare a spiegare perché è così difficile avviare un autentico rinnovamento. Essa infatti dà per scontato che per fare politica, per farla ai massimi livelli, sia assolutamente necessario essere in Parlamento. Come se il fatto di non essere senatore o deputato (ma questo vale anche nei consigli regionali e comunali) determinasse automaticamente una perdita di autorevolezza. Si parla della possibile non ricandidatura di D'Alema, Veltroni o Bindi come della fine della loro carriera politica. E, d'altra parte, i diretti interessati reagiscono con una veemenza che accredita questa impressione. Chi afferma la necessità di questo benedetto 'limite' è subito collocato nella categoria degli oppositori interni. Gli viene assegnata d'ufficio la tessera del 'rottamatore' anche se non lo è affatto. Col risultato di comunicare ai militanti, agli elettori, ai cittadini, che le istituzioni sono il solo luogo dove si può praticare la 'vera' politica. Chi ne è fuori svolge una politica minore.

Questa conclusione, ovviamente, non viene espressa. Al contrario, la retorica ufficiale dei partiti, di tutti i partiti, ha tra i suoi fondamenti l'esaltazione del 'lavoro oscuro ma indispensabile' del militante. Si va avanti così a diffondere questo messaggio diseducativo. E' curioso che personalità politiche acute ed esperte non ne rilevino la contraddittorietà. Viene il dubbio che, pur rendendosene conto perfettamente, preferiscano far finta di nulla. Per una ragione banalissima, che corrobora l'argomento principe di quella 'antipolitica' che si vorrebbe combattere: l'argomento secondo il quale l'attaccamento alla poltrona (ai privilegi e allo stipendio) è una delle motivazioni fondamentali dei politici di professione, compresi i più famosi tra essi. In effetti è molto difficile far stare assieme il ruolo di leader e l'attaccamento alla poltrona. Come posso invitare i cittadini a sostenere (gratuitamente, generosamente) un ideale se io, l'autore di quell'invito, non riesco a concepire la possibilità di fare politica fuori dal Parlamento? Perché il signor Rossi, o il signor Sanna, dovrebbe aprire e chiudere la sezione o il circolo, volantinare, aggiornare il sito, la pagina facebook etc etc del tutto gratis se io dico che è impossibile per me fare cose tra l'altro ben più gratificanti e piacevoli, come elaborare le leggi, se non ho la contropartita dello status del parlamentare? Se Massimo D'Alema fosse fuori dalla Camera, sarebbe meno D'Alema di prima? Perderebbe la sua autorevolezza? Qualcosa gli impedirebbe di parlare e di fare politica? E così Veltroni e tutti gli altri parlamentari di lungo corso. Se davvero così fosse, ci sarebbe un motivo in più, un motivo molto serio, per invitarli, e anzi obbligarli per legge, a lasciare i loro scranni e persone più solide e motivate di loro.

Giovanni Maria Bellu

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