venerdì 18 maggio 2012

I dieci referendum e la Regione inerte

Sono trascorse oramai due settimane dall’esito dei dieci referendum “anti casta” ed ancora la Giunta regionale, il Consiglio regionale, i partiti e una certa “politica”, non si sono ripresi dallo shock: annaspano, confusi e storditi, per il sonoro schiaffo subito; increduli ed offesi per “l’ingratitudine” dimostrata nei loro confronti; si agitano in modo convulso, come tanti tonni nella tonnara; balbettano e sproloquiano, alla ricerca di una qualche soluzione tesa magari ad aggirare la volontà dei cittadini. Non è difficile intravvedere dietro la spessa cortina fumogena sollevata dalla selva di dichiarazioni, tra loro contrastanti, la grande confusione che regna sotto il cielo della politica: se la giunta regionale propone il commissariamento delle quattro province abrogate, il Consiglio regionale risponde, attraverso il gruppo di giuristi chiamati a consulto, sollevando dubbi di incostituzionalità sui quesiti che proponevano l’abrogazione delle nuove Province.

La verità è che il vuoto lasciato dall’abrogazione delle nuove province istituite con legge regionale, deve essere tempestivamente colmato con una nuova legge. Una legge di riforma del sistema delle autonomie locali che contenga delle norme transitorie che assicurino il passaggio indolore dal vecchio ordinamento al nuovo. La cosa non dovrebbe essere particolarmente difficile neanche per un’Assemblea regionale che finora ha brillato per l’inconcludenza in materia di riforme istituzionali. Una legge di riforma che dovrebbe inserirsi, sempre che non prevalgano inutili e stupidi egoismi di partito o di schieramento, nel solco tracciato nella scorsa legislatura dall’insieme delle riforme avviate dalla Giunta di sinistra: un processo di semplificazione istituzionale che aveva portato alla cancellazione di ventuno Comunità montane e con esse ventuno presidenti, oltre duecento assessori e più di cinquecento consiglieri; la riforma degli enti strumentali della Regione con l’eliminazione di venti enti inutili, di oltre cinquanta consigli di amministrazione e un migliaio di posti di sottogoverno; la riduzione dei Consorzi industriali da sedici a otto.

La costruzione di un nuovo modello di Regione: una Regione più snella e leggera che attraverso la legge sul “federalismo interno” e il “fondo unico” a favore dei comuni, si spogliava delle funzioni amministrative per trasferirle al sistema delle autonomie locali, mantenendo per sé le sole funzioni di programmazione e di controllo. Una riforma istituzionale che sarebbe potuta essere ancora più incisiva se non si fosse scontrata con le “timidezze” di un Consiglio regionale profondamente conservatore e le divisioni all’interno della stessa maggioranza di sinistra. Tutto questo non farebbe comunque dimenticare il dato politico di fondo emerso con l’esito dei referendum: i sardi con il loro voto hanno sostanzialmente delegittimato la giunta Cappellacci e con essa la stessa Assemblea regionale. I cittadini hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare un governo regionale autorevole ed efficiente e un Consiglio regionale capace di interpretare al meglio la sua funzione più alta e significativa: fare le leggi e con esse le riforme. Ed allora bisogna avere il coraggio e la dignità di prendere atto del significato di quel voto e trarne tutte le conseguenze. D'altronde l’elezione diretta a suffragio universale del Presidente della Regione pone al centro del sistema politico il cittadino: è il cittadino che sceglie liberamente il Presidente, il programma di governo e la maggioranza consiliare. Con il voto si instaura un vincolo indissolubile. Se questo vincolo si rompe, perché come in questo caso viene meno la fiducia, tutti a casa e la parola ritorna agli elettori: il cittadino arbitro della politica.
Massimo Dadea

1 commento:

  1. A proposito di Referendum, mi piacerebbe sapere come vorrebbero riscrivere lo statuto sardo. Su internet ho trovato informazioni vaghe di maggiore indipendenza.

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