lunedì 28 maggio 2012

Province, scusate era uno scherzo

Scusate, abbiamo scherzato! Il voto del 6 maggio sui dieci referendum, la cancellazione delle province, l’abrogazione delle indennità dei consiglieri regionali, l’abolizione dei consigli di amministrazione degli enti regionali, l’Assemblea costituente? Abbiamo solo scherzato! I cinquecentomila sardi che con il loro voto hanno espresso una volontà inequivocabile di rinnovamento della politica e dei partiti, di semplificazione dell’assetto istituzionale della Sardegna? Malevole interpretazioni! Il 6 di maggio non è successo niente. Allora eravamo su “scherzi a parte”? No, molto più semplicemente, per un giorno siamo stati tutti protagonisti del “teatrino” della politica sarda. La politica è una cosa troppo seria per essere lasciata nella disponibilità di “ignari” e “sprovveduti” cittadini! Avete visto cosa avete combinato a voler essere protagonisti per un giorno? Un vero e proprio caos ammnistrativo ed istituzionale. E poi alcuni di quei quesiti referendari erano palesemente incostituzionali: l’hanno detto persino insigni giuristi, dopo. E il Presidente Cappellacci che ha cavalcato in lungo e in largo i referendum? Pura demagogia, mera propaganda. E il Consiglio regionale, la massima assise del popolo sardo? Avevano ben altro a cui pensare i nostri “legislatori”.

E il Consiglio delle Autonomie? Nessuno lo ha interpellato. E l’ANCI? Non bastano i problemi in cui si dibattono le amministrazioni comunali, adesso ci mancavano anche le province. L’unica che ha dimostrato una qualche coerenza è stata l’Unione delle province sarde, che per tempo aveva evidenziato i dubbi di costituzionalità del quesito referendario: peccato che questa coerenza meritasse una migliore causa che non la semplice conservazione dello status quo. La verità è che un po’ tutti, istituzioni, partiti, associazioni, sindacati, hanno affrontato i referendum con un retro pensiero: cavalchiamoli, assecondiamoli, enfatizziamoli, tanto poi il quorum non si raggiunge. Figuriamoci se i sardi hanno tempo da perdere dietro i referendum “anti casta”. Ed invece, ancora una volta, è stato sottovalutato il distacco che separa oramai i cittadini dalla cattiva politica. Alte si sono subito levate le grida e le proteste di quanti - specie dei rappresentanti istituzionali delle province da abrogare, a dire il vero molto meno quelle dei cittadini - hanno paventato una sorta di catastrofe politica, economica, amministrativa, culturale, civile. A questo punto bisognava correre ai ripari. Il Consiglio regionale, a tempo di record, ha approvato una legge che dovrebbe consentire di recuperare la volontà dei cittadini di cancellare le province, forse.

Entro il 31 ottobre 2012 il Consiglio regionale dovrebbe fare quello che non è riuscito a fare negli ultimi tre anni: approvare una legge di “ riordino generale delle autonomie locali”. Entro il 31 dicembre dovrà essere “data attuazione al processo di riforma”. Il 28 febbraio 2013 dovranno essere “soppresse le province”, forse. Lo scetticismo non è immotivato. Il sospetto è che i tempi si possano dilatare sino a vanificarne gli effetti. Il ricordo va al referendum del ’93 contro il finanziamento pubblico dei partiti, approvato a grande maggioranza dagli italiani: è bastato sostituire la parola “contributo” con “rimborso” per riaprire i cordoni della borsa. L’impegno che il Consiglio regionale ha assunto è di quelli che fanno tremare le vene ai polsi. La posta in gioco è molto alta: l’ultima briciola di credibilità di una classe politica sempre più distante dai bisogni reali dei cittadini. La trappola del tutto cambi perché niente cambi è sempre in agguato.

Massimo Dadea

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