martedì 15 maggio 2012

Saviano e i polpacci di Giuliano Ferrara

L'articolo di Giuliano Ferrara contro Roberto Saviano mi ha riportato alla mente un fatto che accadde molti anni fa, nell'estate del 1991. Con Peppe D'Avanzo fummo invitato a un dibattito pubblico registrato dalla Rai come autori de “I giorni di Gladio”, un saggio sul caso che dall'autunno dell'anno precedente occupava le prime pagine dei giornali. Si trattava di discuterne con Giuliano Ferrara che all'epoca era già un famoso personaggio televisivo. Lo incontrammo prima di salire sul palco. Fu affabile e un po' patetico. Ci raccontò che non poteva portare le calze lunghe con l'elastico perché stringevano troppo. Se ricordo bene gli procuravano delle ulcere. Parlammo lungamente dei suoi polpacci. Solidarizzammo. Poi ci chiamarono sul palco e il dibattito cominciò. A freddo, improvvisamente, Ferrara annunciò al pubblico che non considerava Giuseppe D'Avanzo un interlocutore perché aveva scritto 'falsità' su un altro caso, quello di Claudio Martelli, il vice di Bettino Craxi, che qualche mese prima era rimasto coinvolto in una vicenda di droga a Malindi. A parte il fatto che Peppe aveva fatto dei pezzi di pura cronaca, il 'caso Malindi' non c'entrava niente con la questione della quale eravamo stati chiamati a discutere. Che era appunto “Gladio”, la struttura clandestina ma legale messa su dai servizi segreti nazionali e dalla Cia a metà degli anni Cinquanta. Tra l'altro (ma questo sarebbe emerso solo una decina di anni dopo) Ferrara, da ex informatore della Cia, aveva una competenza specifica in materia. Decise invece di infliggere una coltellata a freddo, scientificamente, con lo scopo di intimidire l'interlocutore. Una coltellata, o se preferite un pugno sotto la cintura prima del gong. In pochi minuti, l'affabile ciccione si era trasformato in un perfido killer mediatico. Peppe ci rimase malissimo. Credo che quell'esperienza sia stata determinante nella sua decisione di non andare mai in tv. Alla fine del match parlammo della scorrettezza di Ferrara più con sorpresa che con rabbia. Come si poteva essere così sleali? Così tanto preoccupati del risultato dello scontro pubblico da mettere da parte in un istante tutte le regole del galateo? E, anche, così attenti a lanciare un messaggio di fedeltà all'amico Claudio Martelli, un uomo potente. Mancava ancora un anno a Tangentopoli.

Per me Ferrara è sempre stato quello là. Quello che si lamenta per l'elastico delle calze e poi ti accoltella alla schiena. Però “è intelligente”. Ecco, questa è stata l'obiezione che, negli anni, mi sono sentito spesso rivolgere anche da persone che stimo. Ferrara, da un certo momento in poi, è diventato “l'intelligente del centrodestra italiano”. E questo, secondo una certa logica, legittima tutto. Su questa storia della “intelligenza” ho rotto delle amicizie. Io l'intelligenza la considero un'aggravante. Se certi comportamenti vengono da un cretino puoi anche giustificarli, ma se arrivano da un “intelligente” non ci sono scuse: è semplicemente in malafede. Non ho mai conosciuto un truffatore stupido. Non ho nemmeno conosciuto un truffatore antipatico. Chi svolge questa attività, deve essere per forza intelligente e simpatico. E' una precondizione. Ferrara non è un truffatore. E' un manipolatore. E non esistono manipolatori cretini. Ho così riassunto il tema di tante inutili discussioni. La novità, per me, è che comincio a considerare dirimente il giudizio su questi personaggi e su questi comportamenti. Cioè comincio ad avere il dubbio che le persone stimabili che sostengono l'argomento della “intelligenza legittimante” lo facciano per paura e forse per interesse. Perché questo riconoscimento fa parte degli obblighi sociali di una generazione politico-professionale che difende e salvaguarda se stessa indipendentemente dalle appartenenze. E che si perpetua attraverso forme di cooptazione che richiedono l'adesione a precisi codici di comportamento e a un certo linguaggio. L'adesione, per esempio, si manifesta nell'uso abituale del nome di battesimo anziché del cognome.

Ho imparato a diffidare di quanti, dopo averlo chiamato come tutti Ferrara, a un certo punto cominciano a indicarlo come “Giuliano”. E' un vezzo molto irritante che produce effetti grotteschi quando, praticato da persone non particolarmente intelligenti, si estende a tutti personaggi noti. Avete presente quelli che, senza averlo mai visto, chiamano “Gabo” Gabriel Garcia Marquez? Quei modi diventano un segno di appartenenza, lo strumento per comunicare che si è entrati nel giro. Il giro di quelli che contano, che si danno del tu nei dibattiti. E che a volte si distraggono ed esagerano. Ricordate il bigliettino passato da Nicola (Latorre) a Italo (Bocchino)? E' tutto molto penoso. Sono storie piccole di un'Italia provinciale e modesta. Di un ceto politico e culturale dove ci si alterna nel ruolo di bandito e carabiniere. E che, ogni volta che può, tenta di riappropriarsi di quanti rifiutano il gioco. La parte forse più stomachevole dell'articolo di Ferrara è quella in cui contrappone Saviano a Giorgio Bocca. Sono certo che i Ferrara del futuro un giorno contrapporranno Roberto Saviano al prossimo rompicoglioni di successo. Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente composta da donne e da uomini che si diano del lei, che non trasformino il rispetto per l'avversario in complicità. E che considerino l'intelligenza la condizione necessaria ma non sufficiente per svolgere un ruolo di responsabilità. Abbiamo bisogno di persone che vengano riconosciute per quanto fanno, mettendosi in discussione ogni giorno. Quella in atto è una commedia di maschere, una commedia dell'arte senza arte né parte. La solita commedia italiana che, a seconda di quel che accade nel mondo, può volgere in farsa o in tragedia.
Giovanni Maria Bellu

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