giovedì 26 luglio 2012

Un dubbio: investire la Procura della Repubblica per avere una risposta dalle istituzioni?

Da qualche giorno sto ragionando sull'opportunità di compiere un atto (giuridico) sgradevole: presentare – proprio io, entusiastico sostenitore della nascita del Pd e, al pari di tanti altri ex entusiasti, probabile prossimo ex elettore del Pd – un esposto alla procura della Repubblica contro la presidente della Provincia di Cagliari Angela Quaquero (Pd). Non so se alla fine lo farò. Ho pensato di rendere pubblica questa riflessione per avere qualche suggerimento. Insomma, ditemi voi. Ma, prima di tutto, l'antefatto. Che ho qualche imbarazzo a riferire perché esso è ben noto negli ambienti del Pd sardo e ho la preoccupazione che, nel rileggerlo, in Sardegna scatti qualche 'uff'. E ho così descritto un aspetto del problema e una delle ragioni che mi hanno portato a ragionare attorno all'esposto: appunto il timore degli 'uff'. Cioè di quel perverso meccanismo che mette dalla parte del torto chi, non avendo avuto una risposta, insiste nella domanda. Un meccanismo su cui si fonda una delle forme più insidiose e sottili dell'abuso di potere: l'abuso del tempo altrui, del mio in questo caso. Del mio tempo come cittadino. Fatto sta che la presidente della Provincia di Cagliari non risponde. Almeno non lo fa pubblicamente. Infatti, siccome qua nell'isoletta siamo pochi e gli ambienti sono piccoli e i gradi di separazione non sono mai sei ma due o al massimo tre, ogni tanto mi arrivano notizie di un suo “dispiacere” e del suo desiderio di avere un “chiarimento”. Ma in privato. Che è poi la conferma di questa concezione del mondo e della politica che mi ha spinto, assieme a molti altri, quasi fuori, anche come elettore, dalla casa del Pd. L'antefatto è poca cosa rispetto alle dimensioni del problema. Una storia modesta di protervia. La riassumo per chi se la fosse persa. Chi la conosce può saltare direttamente all'ultimo capoverso. Per semplificare l'operazione la metto tra parentesi.

(Nel marzo scorso andai a presentare un libro a “La Collina”, una comunità cattolica di recupero di persone in difficoltà che si trova a pochi chilometri da Cagliari. Alla fine della presentazione, fui avvicinato a due collaboratori del fondatore e presidente della comunità, don Ettore Cannavera, un sacerdote da sempre impegnato nel sociale e unanimemente ben voluto e stimato in tutta l'Isola. Mi chiesero se fossi disposto a partecipare a una delle iniziative che si stavano organizzando in previsione della giornata mondiale del rifugiato. Vi partecipo da anni e mai avevo avuto occasione di farlo in Sardegna. Accettai immediatamente con convinzione ed entusiasmo. L'organizzazione andò avanti e fui regolarmente informato, attraverso mail, dei suoi progressi. Ma il 12 giugno, quando mancavano dieci giorni all'iniziativa, ricevetti un'imbarazzata telefonata di don Ettore che, senza tanti giri di parole, mi pregò di levargli le castagne dal fuoco. La presidente della Provincia aveva posto una specie di veto sul mio nome: doveva essere cancellato. E quell'iniziativa doveva svolgersi proprio in uno spazio della Provincia. Con finanziamenti della Provincia. Che oltretutto – questo don Ettore non me lo disse, ma lo sapevo di mio – è anche uno dei finanziatori delle benemerite attività de “La Collina”. Compresi immediatamente le ragioni di quel veto. D'altra parte, non c'erano ipotesi alternative. Alla fine del 2011 il mio giornale aveva realizzato un'inchiesta su uno strano viaggio in Libano di Graziano Milia (il predecessero di Angela Quaquero, che ne ha preso il posto a dicembre, dopo che è stato condannato definitivamente per abuso d'uffcio e dichiarato decaduto dall'incarico).

A questo strano viaggio – una missione di politica estera del presidente di una provincia insulare - aveva tra gli altri partecipato un tale che, da editore, pubblicava i libri di Milia e, da presidente di svariate società, aveva vinto una serie di bandi della Provincia. Bandi realizzati con un sistema, il 'cottimo fiduciario', che consente all'ente pubblico di selezionare i cinque 'finalisti'. In alcuni di questi casi i 'finalisti' erano società collegate tra loro. Insomma, una storia sospetta che suscitò immediatamente l'interesse della procura della Repubblica. Ma cosa c'entrava tutto questo con la Giornata mondiale del rifugiato? Riassunsi la domanda in una considerazione sarcastica: “”Ma Ettore è la giornata del rifugiato, non dell'appaltatore!”. Mentirei se dicessi che don Cannavera apprezzò la battuta: era realmente sulla spine. Lo rassicurai, gli dissi che avrei trovato il modo di non partecipare, anche se non era semplicissimo visto che il programma dell'iniziativa, col mio nome, già da qualche giorno circolava su internet ed erano stati stampati manifesti e brochure. In realtà, superata l'irritazione iniziale, avevo deciso di assecondare don Ettore per acquisire le prove documentali di quella pressione indebita. L'unico modo per farlo era mostrarmi disponibile. Scrissi a lui ai suoi collaboratori delle mail nelle quali, mentre continuavo a rassicurarli, riassumevo l'intera storia. Mi risposero con parole grate. Quindi, qualche giorno dopo l'iniziativa mancata (non mi sono presentato per motivi “personali e familiari”), resi pubblica tutta la vicenda nella forma di una lettera a don Ettore. Chi volesse approfondire trova tutto il materiale nella mia pagina pubblica facebook e anche sul sito www.asibiri.com).

Come è facile immaginare, la rivelazione ha suscitato un certo scandalo in Sardegna e soprattutto negli ambienti del Pd. Benché la stampa isolana, unita in un patto non scritto di acquiescenza alle istituzioni locali (sponsor preziosi in un momento di crisi del mercato pubblicitario) l'abbia incredibilmente ignorata. Anche dopo l'intervento del segretario regionale del Pd che ha definito il comportamento di Angela Quaquero “grave e deplorevole”. Naturalmente se i fatti si erano svolti veramente come erano stati raccontati da me. Ed è questo uno dei pochi punti fermi: i fatti sono esattamente questi. Nessuno li ha smentiti, né ha provato a sostenere la tesi, molto di moda in questi anni, del 'fraintendimento'. Tutto vero, tutto confermato. Ma, da parte della diretta interessata, silenzio tombale. E, tutt'attorno, questo vociferare del “rammarico di Angela”, del suo volere “chiarire”. E anche qualche principio di rimbrotto sulla eccessiva intransigenza del sottoscritto. Questo il contesto nel quale mi è venuto in mente l'esposto alla Procura. I margini per informare la magistratura, mi dicono persone esperte, ci sono. I manifesti, come ho detto, erano stati già stampati quando è stata chiesta la cancellazione del mio nome. Sopra il quale, nei manifesti 'nuovi', c'è una pezzetta di diverso colore. Questa pezzetta peggiore del buco qualcosa è costata. Dieci centesimi? Un centesimo? Di certo è una briciola di denaro pubblico andata sprecata per il capriccio di una esponente delle istituzioni. Sì, uno spreco irrisorio, come è irrisoria e anzi minuscola la faccenda. Ma credo che la difesa dei principi e la verifica della loro saldezza passi proprio attraverso le piccole cose.

L'assuefazione ai piccoli abusi avvelena l'aria e corrompe il vivere civile. E poi c'è l'abuso del tempo, che è un proseguimento con altri mezzi di quello d'ufficio. Si possono ricostruire per intero le regole di una democrazia moderna attraverso l'esame degli strumenti che rendono obbligatorio il rispondere. E si può ricostruire la storia delle dittature attraverso i silenzi del potere. In una società sana, e in un'organizzazione politica sana, il dovere di rispondere dovrebbe appartenere alle consuetudini, dovrebbe essere una norma del galateo. Perché è il presupposto del riconoscimento della pari dignità tra i cittadini. I silenzi del potere dovrebbero avere una immediata sanzione, sociale e politica. Invece niente. Ecco, a me pare che questa piccola storia sia una perfetta metafora delle dinamiche che alimentano l'antipolitica e rendono il Pd tanto fragile al suo cospetto. Un'esponente istituzionale del Partito democratico che ritiene normale 'dare una lezione' a chi lo critica, un'associazione finanziata da quella istituzionale che asseconda, sia pure dolorosamente, l'atto di prepotenza. Un sistema dell'informazione che lo ignora. Un ambiente che minimizza.

Un Partito che formalmente condanna ma, alla fine non fa nulla. E un cittadino, il destinatario del torto, che scrive questa storia con la preoccupazione di essere preso per un rompicoglioni che non sa stare in questo piccolo mondo. Allora, fare o non fare l'esposto? Il farlo sarebbe un modo per sollecitare la risposta e forse ottenerla. Ma darebbe ulteriori argomenti alla tesi di chi dice 'esagerato'. E qualcuno farebbe notare che la magistratura non può essere investita di questioni che andrebbero risolte attraverso il confronto. A qual punto, chi l'ha rifiutato, si direbbe assolutamente disposto ad avviarlo. Sosterrebbe che l'avrebbe senz'altro accettato se non ci fosse stata questa improvvida iniziativa di chiamare in causa la procura della Repubblica. Che forse, davanti alla irrisorietà del danno, archivierebbe. E a quel punto l'autore del torto potrebbe dire che il problema in realtà non esisteva. E che si è fatto tanto rumore per nulla. Chissà. Dunque fare o non fare l'esposto?
Giovanni Maria Bellu

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