Stamani ho assistito a un battesimo. L'officiante era don Mario Cugusi, il battezzando era coperto da una lunga veste di tulle color panna e sul capo gli avevano sistemato una cuffietta dello stesso tessuto e dello stesso colore che, a dispetto delle cinque settimane di vita, gli dava una certa aria autorevole e antica da piccolo Budda. Il tipino, è stato spiegato, indossava un abito che nella sua famiglia si tramanda da tempo immemorabile di battesimo in battesimo. Nessuno dei parenti, in effetti, era in grado di dire quante volte fosse stato usato e a partire da quale avo.
Racconto questa storia perché mi ha colpito come don Cugusi, un attimo prima di inondare d'acqua del Giordano la testa del piccolo, ne ha commentato la curiosa mise, apprezzando la tradizione familiare di riproporla nei secoli dei secoli benché il tempo abbia ingiallito il tessuto rendendo la veste non più adattissima per il battesimo (che esige un bianco che più bianco non si può). Secondo don Cugusi, per dirla in due parole, l'abito fa il monaco.
Quella veste, ha detto (non uso le stesse parole, non avevo un notes, ma riassumo con mie parole il concetto) connota, individua, comunica una storia. Rende immediatamente riconoscibile chi la porta come segmento di una vicenda familiare. Testimonia. Che poi è esattamente quanto deve fare un cristiano: essere sempre riconoscibile, ovunque si trovi, in qualunque situazione, dietro lo sportello di un'esattoria in presenza di un disperato che non sa come fare a pagare il suo debito, o lungo una strada quando incontra un derelitto che ha perso non solo la voglia ma anche la forza di vivere. Un cristiano deve farsi sempre riconoscere attraverso le parole e i gesti. Deve testimoniare.
Si tratta di uno dei concetti base della catechesi cristiana, si dirà. E' vero, ma questa osservazione è valida sempre, tutte le volte che si enuncia un concetto filosofico e religioso. Se non facciamo altro che riproporre certi concetti, da secoli e tutto sommato senza nemmeno annoiarci, è perché li incontriamo a ogni passo, come una lunga linea di punti (di contraddizione) coi quali pretendiamo di tracciare la retta del senso dell'esistenza. Ci pervadono talmente, questi concetti, che anche un abito di tulle è in grado di farli fibrillare.
Un abito di tulle, però, indossato nella realtà presente.
Don Mario Cugusi è un sacerdote impegnato nello sforzo continuo di comunicare con i non credenti. Appartiene a quella tradizione della Chiesa che vede nell'ateo non un avversario, ma un compagno di viaggio che, per motivi non condivisibili ma rispettabili, si ostina a procedere sulle pietraie anziché incamminarsi nel complesso ma sicuro sentiero della fede. L'osservazione delle acrobazie di chi è impegnato a camminare nel “sentiero sbagliato”, è per i sacerdoti come don Cugusi una preziosa fonte di ispirazione nel loro incessante incedere. Perché sanno che la fede non ha cancellato le pietre che sono là, sotto la polvere del sentiero, pronte a a riaffiorare.
Ecco, stamani è successo che mentre percorrevo al solito la mia quotidiana pietraia, ho incrociato lo sguardo di quel tale che cammina nel sentiero. Per un attimo. Per via di quella veste di tulle. Ci siamo scambiati un sorriso, poi ognuno ha ripreso la sua strada.
Il mio percorso per arrivare al concetto di 'testimonianza' è molto diverso da quello di don Cugusi, a partire da un aspetto fondamentale: non devo fare proselitismo, non devo favorire conversioni. Non credo di rispondere a un'entità superiore ma solo alla mia coscienza e al prossimo. Credo che l'uguaglianza delle opportunità garantisca la mia sanità mentale e, favorendo la capacità capacità di considerarsi parte di un tutto, sia un riparo dall'autismo dell'onnipotenza e, in definitiva, faccia vivere meglio. Magari pagandone dei prezzi. Ma alla fine sempre meglio, più in armonia con le cose. E credo che, non avendo a disposizione una religione che lo attribuisca alla volontà divina, per favorire questo processo – cioè convincere più persone che posso a regolarsi in questo modo – devo prima di tutto dimostrare che lo condivido, cioè che rispetto le regole (le regole non solo le leggi). Insomma, devo rendere chiaro che se prometto una uguaglianza futura, una società felice e magari socialista, lo faccio perché già, nel mio piccolo, ne seguo tutte le regole possibili. Diciamo, mi sottopongo, nei miei limiti, alle regole future.
Quanto ho appena descritto è una delle tante vie attraverso le quali, percorrendo la pietraia atea o agnostica anziché il sentiero della fede, si può giungere a un concetto molto simile a quello cristiano di testimonianza. Naturalmente tra l'enunciarlo e il praticarlo con assoluta coerenza la strada è lunga (sono altrettanto lunghe il sentiero e la pietraia), ma quel che conta è che il tentativo sia onesto e duraturo.
Anche questo concetto, come il precedente, è del tutto ovvio. Il primo lo è per i cristiani, il secondo per gli umanisti laici, chiamiamoli così. Dunque dov'è la novità? La risposta l'ho già data: la novità non è mai il concetto, ma nell'occasione che lo fa fibrillare in un certo momento. Dell'abito di tulle si è detto, ma il momento?
Ho fatto fatica a scrivere un commento sulla vicenda delle indennità dei consiglieri regionali. Ci ho anche provato – lo consideravo in un certo senso doveroso – ma poi non ce l'ho fatta. Ho detto 'uff' e sono andato al mare. Non per snobismo, ma davvero per impossibilità. Infatti non lo riferisco con orgoglio: chi fa comunicazione non deve farsi trascinare dall'umore del momento. Di certo, se avessi avuto da rispettare i tempi di un giornale, mi sarei turato il naso e mi sarei messo all'opera.
Potendomi oggi permettere l'uff sono andato al mare con un certo senso di colpa interrogandomi sul perché di quella difficoltà a commentare. E l'ho attribuita a qualcosa che ha a che fare con la noia. Chi scrive di professione lo sa bene; se una questione ti appassiona, butti giù cinque cartelle d'un fiato, se non ti appassiona scrivi lentamente e tra continui ripensamenti.
Il fatto che a me la questione dei costi della politica mi appassiona eccome. Ne ho scritto anche pochi giorni fa. Allora perché questa noia? Ecco, forse ho trovato la spiegazione. Ancora una volta ha a che fare con lo scrivere: l'argomento non solo ti deve appassionare, ma ogni volta deve proporsi in qualche modo come sfida stilistica. Deve stimolarti a fare del tuo meglio per restituire il tuo pensiero, o la descrizione di un fatto, nel modo più semplice e interessante possibile. Devi avere a che fare con qualcosa che ti appare complesso. Ed ecco il punto: la vicenda delle indennità non è affatto complessa. Le risposte e le “spiegazioni” che ho letto in questi giorni, mi sono apparse non tentativi di spiegare, ma fraseggi volti a complicare una sinfonia mediocre. E siccome francamente non mi piacciono le fanfare anticasta livorose (che in questo caso, ahimè, sono la colonna sonora più appropriata) ho ceduto al sentimento di noia e, per non cantare “La società dei magnaccioni”, me ne sono andato fischiettando al mare.
Ma come si può approvare un emendamento senza conoscerne gli effetti quando tra l'altro gli effetti si producono sulla propria busta paga? Come si può tacere per anni, snobbando questi problemi e liquidandoli come 'grillismo', e poi fingere di occuparsene quando i cittadini hanno superato la soglia di sopportazione? Come si può richiamare, a dimostrazione del proprio impegno, qualche remoto disegno di legge mai coltivato o qualche distratta dichiarazione? Chi è in una istituzione e crede a un principio agisce in modo permanente e usa tutti gli strumenti perché venga praticato.
Se anche se un solo consigliere regionale vi avesse lavorato con impegno, non si sarebbe arrivati all'incredibile dibattito sull'effettiva entità del taglio. Dove la forbice comprende cifre che variano dal costo di una cena a tre stipendi di un insegnante. Ma andiamo!
Ecco, alla fine un commento sulle indennità l'ho scritto. Ma quanto è stato lungo e tortuoso il percorso! Come se la noia e quella veste di tulle mi avessero portato direttamente alla conclusione. Oggi, quando i partiti tradizionali sono chi a pezzi, chi in grande difficoltà, e non ci sono ideologie di riferimento, la testimonianza laica ha un valore centrale. La differenza rispetto al passato è che essa non è un 'modo' della politica, ma è la politica stessa. E' il punto di partenza per rendere nuovamente credibile la politica. Praticare ciò che si dice. Rendersi riconoscibili. Indossare l'abito giusto – anche il più vecchio e modesto – e starci così comodi da portare più gente possibile dal tuo sarto.
FINE
Giovanni Maria Bellu