lunedì 18 novembre 2013

GLI EFFETTI DEI MEDIA SULLA POLITICA. SU ART. 21 UN INTERVENTO DI VINCENZO VITA

Interni

Media e politica: liaisons dangereuses

conflitto interessi berlusconi
La prevedibile uscita dalla scena istituzionale di Silvio Berlusconi introduce una sorta di spartiacque nella ricerca sul rapporto tra televisione e politica. Vent’anni di pratica, preceduti da altrettanti di incubazione. Un disastro latino, come fu scritto anni fa da un autore francese. E purtroppo un tragico laboratorio di studi sugli effetti dei media sulla politica e sulla società. Del resto, le recenti elezioni politiche e amministrative italiane avevano  dato un ulteriore (e per certi versi inedito) contributo alla discussione. Per descrivere le (almeno apparentemente) opposte connotazioni di Berlusconi e di Grillo –onnipresenza mediatica e assenza mediatica- è sempre attuale l’analisi di Ilvo Diamanti, che in verità utilizzava come polo dialettico il Cavaliere e Romano Prodi. E, infatti, i dati più eclatanti dei mesi scorsi sembrano una ‘lectio magistralis’ sull’argomento. Il successo del Movimento Cinque Stelle e il recupero del Pdl ci confermano che ancora molto, moltissimo ruota attorno alla vecchia televisione generalista, in un senso o nell’altro. Lo ricorda nel suo ultimo bel volume –“La televisione”, 2013- Carlo Freccero. E’ bene chiarire subito, però, che quella di Grillo non è un’assenza mediatica in senso quantitativo, bensì il rifiuto degli stili e delle estetiche della tv, centrati sulla reiterazione dell’apparato scenico dei talk-show e dei ‘pastoni’; per apparire in modo diretto e non ‘mediato’. Contro l’intervista giornalistica classicamente intesa, anche per l’usura talvolta irritante del tradizionale pastone politico. Del resto, nel programma elettorale del “M5S” si propone l’abolizione tout court dell’Ordine professionale e di ridurre ad un’unica rete l’offerta della Rai.  Tuttavia, proprio il rifiuto delle forme consuete della comunicazione e dell’informazione politiche ha reso Grillo un caso mediatico. La meticolosa e persino dura ‘assenza’ dai media italiani ha rovesciato uno degli assunti classici della teoria, mettendo in risalto il ruolo contrastante della rete. Uso ‘alternativo’ dello schermo e social network  sono stati la miscela vincente di Beppe Grillo.  Tuttavia, non si coglierebbe il successo del”M5S” se non si prendesse definitivamente atto che è avvenuto un cambio di paradigma, con la crisi brutale e brutalizzante delle culture del capitalismo liberista degli ultimi venticinque-trent’anni. E in fondo il rovesciamento tra tv e rete è il sintomo di quanto è accaduto. Guai a non vedere nel “grillismo” una traccia di un rivolgimento più grande e più generale, che mette insieme –con apparente anomalia- il rapporto tribunizio tra l’uno e la moltitudine con l’intelligenza connettiva (Derrick de Kerckhove , 1997) della società.
Come mai, invece, è potuta appalesarsi la ripresa di Berlusconi basata certamente sull’utilizzo massivo della televisione? Qui sta un aspetto peculiare della post-modernità tanto nella politica quanto nei media. Chris Anderson descrisse qualche anno fa il fenomeno della ‘coda lunga’, figlio della conclusione della lunga stagione dei sistemi culturali strutturati e di un universo mediale più semplice e analogico. Non c’è da meravigliarsi del determinarsi delle ‘contraddizioni paradossali’ descritte su altri territori analitici da Gregory Bateson. Possono coesistere grandi nicchie diverse e lontane. Più grandi o più piccole. Il fenomeno berlusconiano è probabilmente interpretabile con la categoria del ‘populismo mediatico’. Quello (assai differente) di Grillo con il concetto immaginato quasi trent’anni fa da E. Noelle-Neumann di ‘clima d’opinione’.
Il cosiddetto berlusconismo va al di là dello stesso funambolico ruolo politico-politico del tycoon di Arcore. Ha sdoganato il tema della destra, che in Italia ha sempre dovuto fare i conti con la storia del fascismo e ha intercettato diversi fili di congiunzione tra la globalità mercantile e i nuovi individualismi, gli istinti primordiali volti a tutelare la proprietà privata (specie quella piccola e media) considerata a rischio nell’allargamento dello spazio e del tempo. E’ un populismo elettronico che dà fiato e simulacro identitario a gruppi sociali che si sentono privi di protezione corporativa. La capacità di Berlusconi, che ha occupato per le anomalie normative italiane la scena mediatica controllata direttamente o indirettamente, è stata quella di aver fatto lievitare dal ventre molle delle culture massificate il prodotto peggiore del mix tra globale e locale, erigendo a linea politica il terrore del diverso e del tempo della contemporaneità. Ha unito le ansie ancestrali con la leggerezza (non quella di Calvino) della società mediatica. Ha costruito un vero clima di paura agitandosi una volta a favore e un’altra contro la stessa modernità, per lo meno nell’accezione corrente che se ne dà. Anzi. Ha persino contribuito in qualche modo a determinare il concetto di ‘surmodernité’, tanto caro a Marc Augé. L’antropologo francese ci invita a pensare che le attuali trasformazioni siano meno razionali di quanto si sostenga, che l’economia della società postindustriale ‘sviluppata’ non si spiega del tutto senza prospettarne il simbolico, l’ideologia, le credenze. (2006). Tra l’altro, talune forme di tale ventata (il tentativo di superare le ‘casamatte’ gramsciane con il rapporto diretto mediatizzato con il pubblico) hanno fatto breccia negli stili della sinistra. Così, nella crisi economica violenta in corso nell’Occidente, il ‘vissuto’, l’’emozionale’ contano assai di più, nella società liquida post-moderna (Maffesoli, 2006). Ne parlava in tempi non sospetti Foucault, con il riferimento alla ‘biopolitica’. Il tema si complica ulteriormente se si considera in modo non occasionale la crescita, per usare la definizione di Manuel Castells, della ‘società informazionale’, che comporta modifiche sostanziali tanto dei caratteri della soggettività sociale quanto della rappresentanza, ovviamente anche nelle istituzioni.
Derrick de Kerckhove sostiene che l’attuale struttura politica è figlia della cultura letteraria, mentre l’era della rete ha aperto un nuovo capitolo, che non significa superamento, ma certo riconsiderazione del tessuto nervoso della democrazia classica. E, va aggiunto, delle stesse forme dell’organizzazione politica, a cominciare dalla questione del partito nella fisionomia del Novecento. Naturalmente, nel voto ‘difensivo’ dato a Berlusconi si riconosce un pezzo di Italia che vuole sognare, illudersi e, se possibile, non dare retta alle regole. Del resto, il nostro è un paese dove non c’è mai stata la ‘riforma protestante’. E una certa illegalità diffusa, il non pagare le tasse piace, e val bene qualche legge ‘ad personam’ o la vita privata non commendevole dell’ex premier. L’occupazione del video ha certamente sorretto il ritorno elettorale e questo ci rinvia al noto problema della mancanza di una seria normativa antitrust e di una legge sul conflitto di interessi, a partire dall’ineleggibilità di Berlusconi in quanto concessionario pubblico. I dati forniti dall’Autorità per le garanzie nella comunicazione nelle campagne elettorali parlano chiaro. Anche se è mancata una reazione adeguata da parte della stessa Agcom.
Il ‘clima d’opinione’ che ha favorito ‘Cinque Stelle’ si connette al tessuto sociale ‘emozionale’ citato, costituendone –però- l’altra faccia. Non è la sede per tracciare una chiara linea di descrizione della marea ‘grillina’. Tuttavia, va sottolineato che non è una ‘patologia’, bensì la prefigurazione di una tendenza che si appaleserà nelle prossime scadenze elettorali europee, magari sotto altre sembianze. Anche negli impulsi xenofobi. ‘Clima d’opinione’ è il flusso che si muove accanto all’opinione pubblica strettamente intesa, che si fonda sui flussi mediatici diretti e indiretti, e ancor più sulle dinamiche simboliche. Grillo ha portato nel suo lungo tour per le piazze l’urlo contro le sopraffazioni del ceto politico, insieme prepotente ed impotente. La politica ha perso molto in autorevolezza e credibilità, in credibilità e reputazione, criteri valutativi essenziali, come in un intervento lucidissimo in una sala della Camera dei deputati annotò Lawrence Lessig, notissimo giurista statunitense assai noto nella rete. Ecco. In un simile clima Grillo ha dato rappresentazione ad un disagio profondo e ha preparato la rappresentanza istituzionale del disagio. Né destra né sinistra. Un ciclone che non si può semplicisticamente chiamare populismo, perché in verità nella sua sintassi si ritrovano numerosi obiettivi cui il centrosinistra non ha saputo rispondere. E’ bene riconoscere la realtà di ‘Cinque Stelle’, che proprio nell’essere movimento post-partitico e post-ideologico contiene issue sia della destra sia della sinistra, in un impasto ‘logicamente’ eclettico e contraddittorio, ma semanticamente ed emotivamente forte. “Il Mulino” ha, del resto, analizzato efficacemente la pluralità delle provenienze politiche ed elettorali del “M5S”. Non è neppure vero che non sia presente nei media: c’è attraverso il gioco ‘presenza/assenza’ che ha fondato l’anomalia del MoVimento. E la mediologia indagherà il nesso tra trame evidenti e sottotesti impliciti della e nella messa in scena dello spettacolo politico, i cui tratti essenziali sono stati tratteggiati da Debord, Edelman, Katz e Dayan, in Italia da Eco e da una vasta scuola sulle scienze della comunicazione. Anzi. Il fenomeno ‘stellare’ ci rimanda agli archetipi descritti dai ‘Cultural studies’, vale a dire gli usi e le gratificazioni diffusi nella società, frutto –anche- del lavoro di scavo nel lungo periodo della televisione commerciale. Senza offesa, ma il rapporto perseguito tra l’uno e la moltitudine assomiglia da vicino alle logiche delle audience. Qui sta un passaggio cruciale, che non si risolve con qualche bacchetta magica. Il primo numero del 2013 della rivista “Comunicazione Politica” ha approfondito assai accuratamente il fenomeno, ivi compreso l’utilizzo del linguaggio della “bisociazione”, vale a dire il cambio repentino (espressioni alte e colte, cadute in basso fino al turpiloquio) della retorica di Beppe Grillo, che ricorda la prima Lega Nord, ma assai più sofisticata. Si tengono intrecciati il comizio classico e l’one man show del teatro comico. Insomma, la comunicazione della e nella politica è cambiata radicalmente. Ed è probabile che sia un punto di non ritorno. Non come Grillo, certo, ma il gesto del comunicare cambierà di genere.
Si deve ammettere a questo punto che le dinamiche della politica italiana hanno un’influenza particolare –e viceversa- sull’universo mediatico. La politica in Italia si autorappresenta soprattutto nel sistema mediale (l’ultima campagna elettorale è stata soprattutto televisiva); i media –Berlusconi docet- sono diventati direttamente soggetti politici. La cultura anglosassone, dove è stata trattata con precisione la teoria della comunicazione politica, non poteva immaginare la decostruzione di entrambi i termini –comunicazione, politica- avvenuta nella stagione recente.
La discrasia tra utilizzo preponderante della televisione e sviluppo accelerato delle tecniche e dei linguaggi digitali potrà reggere? Difficile fare ora una precisa previsione sul futuro italiano. La ricostruzione, però, di una moderna legislazione sui rapporti tra media e politica diventa urgente e non rinviabile. Rendere maggiormente efficace la ‘par condicio’ è la premessa. Ma torna di attualità un antico tema: lo Statuto delle imprese editoriali, in grado di sancire diritti e doveri, poteri e contropoteri. La politica deve uscire dalle diverse forme e modalità di controllo, lasciare ad aggregazioni differenti il potere di nomina dei vertici della società pubblica radiotelevisiva e delle autorità di garanzia.
Il Parlamento stesso ha bisogno di strumenti diversi da quelli attuali, superando ad esempio la commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai e costituendo un istituto bicamerale sulla società dell’informazione.
L’Italia risente della “stecca” degli anni ottanta, quando in Francia o in Spagna o in Germania (la Gran Bretagna aveva già un ordinamento consolidato) si varavano legislazioni moderne. Quell’errore tragico ha sorretto e tutelato la resistibilissima ascesa di Silvio Berlusconi e del berlusconismo. Ed è la base della mediatizzazione senza regole della politica. E ciò sta accadendo anche per l’era post-mediatica. Certo la questione riguarda norme e regole, ma soprattutto la battaglia delle idee, la lotta culturale. E’ lecito ripartire dalla Scuola di Francoforte, così attuale nella sua immensa opera di critica del mainstream dominante? Ed è probabile che gli stessi numerosi parlamentari di “M5S” non sfuggiranno alla straordinaria premonizione dell’ “Ideologia tedesca” (Non è la coscienza a determinare l’esistenza, ma è, al contrario, l’esistenza a determinare la coscienza). Il doveroso ritorno al realismo riguarda e riguarderà tutti, nessuno escluso. Sarà la cronaca politica a disvelarci gli eventi.
In ogni caso, il mutamento di paradigma in corso nella vicenda attuale costituisce il nuovo centro della riflessione. Per tanti versi è senza ritorno. Prima il berlusconismo, poi su di un versante diverso il grillismo sono nati e cresciuti contro la democrazia dei partiti di massa. Televisione e Rete la nuova polarità dialettica. Attenzione, però. L’uno e l’altro fenomeno hanno a che fare da vicino con errori di analisi madornali delle forze progressiste. Trentacinque anni fa il mondo democratico non riuscì o non volle comprendere l’esplosione dell’emittenza commerciale. Quest’ultima fu trattata come una devianza rispetto all’ordine costituito. In verità quelle inedite modalità espressive portavano dentro di sé una significativa rivoluzione nella e della produzione comunicativa, nonché nelle forme del consumo. La difesa acritica della Rai portò al doppio errore di relegare ad un mercato marginale le radio e le tv locali e di sfuggire ad una regolazione del sistema. In tale quadro prosperò la concentrazione messa in atto dalla Fininvest, dando luogo ad una vera e propria sottocultura di massa, che ha plasmato stili e comportamenti di larghe fasce sociali, mettendo insieme il consenso dei settori  ricchi e privilegiati con gli strati meno acculturati e più impoveriti. Il populismo mediatico di Berlusconi ha segnato la vicenda italiana e la colpevole sottovalutazione fatta dal ceto politico del centrosinistra di quanto stava accadendo ha portato con sé conseguenze pesanti, declinando in modo tanto brutale la crisi della politica. L’errore originario ha determinato l’andamento delle cose per anni, e tuttora, creando il terreno di coltura per nuove torsioni autoritarie. Il centrosinistra ha commesso il peccato mortale di non legiferare sul conflitto di interessi, ma pure quello di aver perduto una decisiva battaglia culturale. Come si è visto nelle ultime scadenze elettorali , il berlusconismo va ben al di là di un un protagonismo politico un po’ anomalo, costituendo piuttosto l’ espressione di elementi presenti nei lati oscuri del costume italiano. La storia si potrebbe ripetere ora nei confronti di Grillo e della rete.
Chi frequenta internet e i social network non si è stupito più di tanto del boom di “M5S”. Scrive Michele Mezza nel recente “Avevamo la luna” (2013) “Chi sono in realtà questi grillini? Loro sono quello che fanno, ed è accaduto quanto doveva accadere. Né più né meno. Loro, i grillini, anzi il Movimento 5 Stelle, votanti e votati, sono esattamente come appaiono. Giovani, ma non giovanissimi, precari ma non disoccupati, tecnici, ma non esecutivi, impiegati, ma non placati, cattolici, ma non subalterni, laici, ma non ideologici. Soprattutto digitali, ma non smanettoni. E’ un movimento della rete, ma non sulla rete. Per certi versi i 5 Stelle non sono molto dissimili dalle primavere arabe”.  Guai, dunque, a considerare tutto questo un altro fenomeno eccentrico e deviante. Prefigura, invece, un andamento del far politica che investirà anche altri paesi occidentali, nella stagione della povertà e del declino dei vecchi accordi europei. L’impoverimento diffuso, la burocrazia imperante, la distanza aristocratica del ceto politico, la crisi profonda dei vecchi riferimenti ideologici hanno costruito l’habitat per qualcosa che non è l’antipolitica, bensì lo svolgimento di “altre politiche”. Può esistere la politica senza i partiti? Non è, come è noto, una novità. Nobilmente si esercitò attorno a tale riflessione l’esperienza di “Comunità” di Adriano Olivetti. Ma anche il dibattito sui beni comuni, che ha attraversato le ventate migliori degli ultimi anni: dal referendum sull’acqua pubblica, al volontariato,  alle iniziative sul precariato. La politica non partitica o, meglio, il rapporto paritario tra partiti e movimenti.
Non basta, ormai, interrogarsi sul classico rapporto tra media, nuovi media e politica. Certo, come si è cercato di affermare, siamo ad un’altra prova  sperimentale dei mutamenti interni alle relazioni comunicative. Delle ri-mediazioni. Il passaggio alle culture della rete porta alla destrutturazione dei consumi e a nuovi percorsi di costruzione del senso comune, del citato clima d’opinione. E’ in corso una colossale riappropriazione dell’universo simbolico, dell’immaginario collettivo da parte di soggetti “nativi digitali”. Quello che è successo tocca poi, ultimo e non ultimo, il complessivo problema della rappresentanza istituzionale secondo i dettami della democrazia storica. Si è già aperto da tempo il dibattito sulla post-democrazia, da non intendere ovviamente come esaurimento dell’organizzazione democratica, bensì come urgenza di ricostruirla nell’era digitale.
Tante cose vanno in soffitta della “communication research” e della vicenda dei partiti del Novecento. La sfida sta proprio qui: il disvelamento e il superamento non implicano distruzione e nichilismo. Certamente cercare una nuova quadra nel nesso tra rappresentanza e rappresentazione non è rinviabile. Come non è lecito far finta di non vedere che i linguaggi si sono usurati e che esiste uno scarto proprio di comunicazione. Analogico e digitale non sono solo tecniche, bensì sistemi culturali. Prima ci si entra e meglio è e sarà. Senza enfasi sul web, ci mancherebbe. E senza utopie sostitutive delle grandi narrazioni. Ma neppure è giusto eludere quel particolare miscuglio anarco-liberista diventato una nuova ideologia, dopo la conclamata crisi delle ideologie.
Per finire. Qualsiasi paragone tra Grillo e Berlusconi non ha senso ed è fuorviante. Sono polarità oppositive. Il contesto, però, ha punti di similitudine, da svelare ed approfondire.
Le ultime elezioni ci hanno offerto un bagno di realismo, salutare per chi voglia recuperare un approccio teorico e normativo più adeguato. Non c’è tempo, diceva un famoso matematico.
Il percorso della resistibile ascesa del berlusconismo ha tappe molto precise. Il primo atto fu, dopo l’oscuramento delle reti della Fininvest ad opera di tre pretori nel 1983, il ritorno precipitoso da Londra nell’ottobre dello stesso anno del Presidente del consiglio Craxi, che varò un decreto ad hoc per Silvio Berlusconi.. Il decreto, decaduto e poi reiterato, passato per un solo voto al vaglio della costituzionalità,divenne infine la legge 10 del 1985. L’inizio delle leggi ad personam. La legittimità provvisoria dell’interconnessione nazionale doveva concludersi dopo sei mesi, ma il termine fu considerato meramente ordinatorio.  Il secondo significativo passaggio fu l’approvazione della legge Mammì del 1990. Quest’ultima fotografò lo status quo e sancì che un singolo soggetto può essere proprietario di ben tre reti nazionali. Fu un caso unico al mondo, perché l’allora tanto chiacchierata “Rede globo” ne aveva solo due. “Televisa”in Messico per un periodo ottenne altrettanto, l’altra eccezione. Tra l’altro, i vecchi accordi di potere tra l’allora Sip e la Rai impedirono l’avvento delle trasmissioni via cavo, di fatto impedite da un comma assurdo (il cavo monocanale) contenuto nella legge 103 del 1975, la riforma del servizio pubblico.  Si sancì così l’anomalia italiana, figlia della mancata regolamentazione del settore privato dell’emittenza nella seconda metà degli anni settanta. I vecchi partiti della prima Repubblica traccheggiarono (la Dc), furono complici (Psi) o sottovalutarono (Pci). Curiosamente fu un ministro repubblicano (Oscar Mammì) a farsi interprete della spinta a far nascere la concentrazione, via via dominata dal signore di Arcore. Quest’ultimo –partito dalle concessioni edilizie e da Telemilano-  aveva vinto la competizione con Mario Formenton ed Edilio Rusconi. Ci fu qualche maestria, che niente avrebbe potuto però se non vi fosse stato un vero e proprio “servizio d’ordine” dei partiti di maggioranza. Va ricordato che tutto ciò fu profondamente conflittuale, tanto è vero che nel’agosto del ’90, all’atto dell’approvazione della legge n.223, si dimisero dal governo ben cinque ministri della sinistra democristiana. Tuttavia, da lì il berlusconismo si involò e cominciò ad occupare l’immaginario degli italiani, de-costruendo la vecchia cultura di massa con un’iniezione di populismo pan-televisivo. Cambia seccamente il rapporto tra la stessa televisione e la politica, con un’osmosi pressoché unica nel suo genere. Si deve forse riprendere –postuma- la teoria ipodermica, tipica dei periodi dei regimi autoritari della prima parte del secolo scorso.
Tra leggi, regolamenti e leggine l’universo legislativo diventa un reticolo impressionante, una coperta ad uso e consumo del trust del Cavaliere. L’altra metà del cielo, la Rai, si acconciò ad una concorrenza a sovranità limitata, contribuendo alla formazione di un sistema duopolistico, centro di un impero alla cui periferia ruotava tutto il resto:  terzi poli mai nati davvero, diverse centinaia di radio e tv locali lasciate ai margini con le briciole delle frequenze e delle risorse pubblicitarie.
La relazione con la politica fu confinata sempre più nella strettoia televisiva, non essendosi mai sviluppata in Italia una compiuta società dell’informazione. Gli anni ottanta sono stati terribili, forieri di un vero e proprio limite dello e nello sviluppo. La politica  si è trasformata nel suo spettacolo e la tv si è fatta soggetto politico: la famosa discesa in campo di Berlusconi, avvenuta nel 1994, ma lunga fu la preparazione. Certo, la svolta furono la crisi con Tangentopoli della Prima Repubblica e il rischio di perdere qualche provincia dell’impero, ma l’humus profondo veniva da lontano.
La sinistra, le forze progressiste non capirono o non vollero capire. I referendum tenutisi nel 1995 furono presi sottogamba e non veramente appoggiati. La vittoria dell’Ulivo del ’96 suscitò molte speranze, presto deluse. Infatti, il centrosinistra riuscì a compiere una vera e propria rivoluzione copernicana nell’ambito delle telecomunicazioni, liberalizzando il settore, dando vita alle Autorità indipendenti, aprendo la strada a molteplici investimenti.  La radiodiffusione rimase, però, territorio infido e stregato. La legge n.249 del 1997, buona su tutto il resto, non riuscì a risolvere il capitolo doloroso della concentrazione. Si introdusse quella frase assurda del “congruo numero delle parabole (satellitari)” per evitare di fatto di togliere una rete alla Fininvest-Mediaset. Peccato mortale, gemello dell’altro, la mancata risoluzione del conflitto di interessi. Al riguardo, va ricordato che un testo fu approvato alla Camera dei deputati, ma troppo blando. Quando al Senato fu tentato un inasprimento delle misure era troppo tardi. Tra l’altro, i gruppi dirigenti del centrosinistra scelsero di dare priorità alla riforma del Titolo V° della Costituzione, con gli esiti noti.
La riforma della Rai e della pubblicità (ddl1138) si inabissò nelle stanze dell’ottava commissione del Senato, e così via. Certo vi furono riforme significative, la legge 122 del 1998 sulle quote obbligatorie di produzione e di diffusione di film e audiovisivi (italiani ed europei); la legge 78 del 1999 sui diritti televisivi del calcio (anti Murdoch). Ma il piatto forte rimase nelle  intenzioni, di qualcuno e neppure di tutti. Quella stecca pesò sulla stessa evoluzione della società dell’informazione italiana: un passo avanti e due indietro. La modesta presenza degli italiani in Internet trae origine dai quei buchi neri.
Il resto è noia, diceva un famoso cantautore. Venne il governo Berlusconi, con tanto di legge Gasparri del 2004 e rinvii per Retequattro, ormai salvata da un utilizzo strumentale dell’aumento dei canali portato dal digitale. Quest’ultimo a sua volta sprecato, essendo stato ridotto ad aggettivo del magico sostantivo “televisione”. Il Testo Unico varato nel 2005 è la raccolta di tante brutture. Il tentativo dell’ex ministro Paolo Gentiloni nel breve secondo governo Prodi di riformare in limine il comparto non ebbe successo. E poi la quotidianità che arriva ai giorni nostri.
Ora che Berlusconi è in caduta e che il vecchio schermo generalista è in fase discendente, che sarà della Politica? Riuscirà ad intessere un più maturo rapporto con l’universo della Rete, fondato sulla comprensione dei linguaggi e sul rispetto dell’autonomia (e della neutralità) delle stessa rete? Ai nativi digitali, non ai posteri, spetta l’ardua sentenza.
17 novembre 2013

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