giovedì 25 dicembre 2014

Vittore Bocchetta e quei giorni di Natale al tempo delle brigate nere



vittore bocchetta



Abbiamo chiesto al partigiano Vittore Bocchetta, per la rubrica Testimone del nostro tempo, di aiutarci a non trascorrere un Natale da smemorati e di ricordare per noi i giorni di Natale degli ultimi anni di guerra, quelli che lui chiama “gli anni funesti delle brigate nere”. Si tratta in realtà di “due Natali”, quello del 1943 e quello del 1944. Ecco quanto ci ha scritto.“Il primo lo trascorsi nelle carceri di Verona, come conseguenza della grande vendetta fascista avviata dopo l’8 settembre del 1943. E fu davvero un evento natalizio storico. Io mi trovavo là perché facevo parte del primo CLN di Verona. Anche se con un trattamento diverso, erano reclusi nello stesso luogo, il carcere “Degli Scalzi”, anche quei membri del Gran Consiglio del Fascismo che il precedente 25 luglio 1943 non avevano accettato gli ordini del loro duce, e fra loro lo stesso Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini. Quel carcere, solo chi lo ha provato può raccontarlo, ma nessuno può descrivere pienamente lo stato d’animo di chi vi veniva rinchiuso: una squallida cella, infestata di cimici, dove a un essere umano nato libero veniva impedito il movimento degli suoi arti e dove il suo stato mentale veniva soffocato e vilipeso. Il secondo Natale, quello del 1944, fu “sublimato” nel KZ tedesco di Hersbruck. Non era una cella e non avevo più i miei compagni. Ero solo in mezzo a migliaia di soli, muti, annientati e vuoti.Devo però, non posso tralasciare di farlo, parlare di come è diversa la situazione di un condannato colpevole da quella di un condannato innocente. Io le ho provate entrambe. E fu quando mi sentii condannato da innocente che avvertii la pena come insopportabile. Per questo ancora oggi credo che un uomo possa essere condannato solo quando non c’è davvero alcun dubbio sulla sua colpevolezza. Una colpa non provata non deve essere assolutamente punita, anche a costo di lasciare libero il peggiore dei criminali, se è un presunto innocente.


Vittore Bocchetta

domenica 30 novembre 2014

I GIORNALISTI RACCONTANO SE STESSI. REPORTAGE IN PUBBLICO DI “ASIBIRI”

















“Professione reporter, un reportage in pubblico”. Così la locandina dell'associazione “Asibiri, per l'ecologia dell'informazione”, annuncia l'evento che si terrà a Cagliari venerdì 5 dicembre alle ore 17,30 presso il Centro Comunale d'Arte e Cultura "Il Ghetto” in Via Santa Croce 18.

Ma cosa è un “reportage in pubblico”? Niente di speciale. Semplicemente alcuni giornalisti realizzeranno – in diretta e in pubblico – un reportage sulla loro professione. 

Non si parlerà in astratto del giornalismo e della sua crisi, ma si racconteranno fatti, si illustreranno dati. 

I “servizi” di questo reportage saranno realizzati da reporter di fama: Carlo Bonini, di Repubblica, Pietro Suber, di Canale 5, e Pablo Sole, di Sardinia Post. A coordinare il reportage per l'associazione Asibiri sarà Giovanni Maria Bellu

Di solito i giornalisti parlano degli altri, più raramente di se stessi. E quando lo fanno, non sono molto diversi da altri professionisti: ragionano attorno al contratto di lavoro, alle pensioni, all'assistenza sanitaria. A volte – ma meno spesso – di libertà di stampa.

Questa volta alcuni giornalisti parleranno di se stessi. Di vicende che sono ben note – e discusse – nella categoria, ma poco note alle generalità dei cittadini. Carlo Bonini e Pietro Suber erano, fino a qualche settimana fa, membri del consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti. Si sono dimessi dopo la decisione di reintegrare nella categoria Renato Farina, noto anche come “agente Betulla”, che era stato radiato. 


Si parlerà di questa vicenda e  di altre. Come dello strano caso di un consigliere dell'ordine nazionale che svolge, accanto a quella di giornalista, l'attività di imitatore. E si parlerà anche delle vicende sarde, con dati e storie attorno alla relazione tra pubbliche istituzioni e mondo editoriale.



sabato 15 novembre 2014

Vittore Bocchetta, i 96 anni di un eroe normale














Il nostro amico e collaboratore Vittore Bocchetta, nato a Sassari il 15 novembre del 1918, compie oggi gli anni. Questi gli auguri di Marina Spinetti e di tutti noi. Ne siamo certi, anche a nome dei lettori di Sardinia Post.
Vittore Bocchetta compie oggi 96 anni. Una “vita contro”, la sua, recita il titolo di una recente biografia di Giuliana Adamo; una vita “per”, sintetizzo io, dopo aver conosciuto, dapprima attraverso le sue opere e poi personalmente, questo anziano giovanotto.
Una vita per la libertà, ogni giorno, senza soluzione di continuità, per la libertà “prima e dopo”, per citare il titolo di uno dei suoi testi, in cui Vittore Bocchetta suggella, a distanza di tanti decenni, la sua personale e straordinaria esperienza appunto del «prima», del «dopo»; cioè di quei lunghi anni di emergenza e di lotta contro il nazifascismo, ma anche del dopo, contro la conformistica o ideologica abiezione di sé del dopoguerra: l’adolescenza primi anni Trenta in una Cagliari tra altoborghese e aristocratica, le giovanili peregrinazioni fra Italia e Libia, l’ingaggio intellettuale veronese, il carcere fascista, la tortura, l’affondamento esistenziale nei Lager di Flossenbürg ed Hersbruck, la resurrezione amara e la disillusione politica nell’oscuro mattino del dopoguerra, una motonave, infine, per le Americhe.
Mi colpì molto, quando gli parlai la prima volta, il racconto della sua breve permanenza in Italia nel dopoguerra. Chiamato infatti a far parte da indipendente di quella “Commissione di epurazione” che aveva il compito di rimuovere dagli uffici pubblici i personaggi compromessi col regime, non ne condivide da subito la “prudenza” e, disgustato dal riemergere in ruoli chiave di personaggi compromessi col regime, lascia l’Italia nel 1949. Va prima in Argentina e in Venezuela (dal 1949 al 1958), poi negli Stati Uniti, a Chicago (dal 1958 al 1986).
Non si adeguò ad una la politica che agiva già da allora demagogicamente, come una lente deformante. Una politica che si dimenticò di tutto quasi subito. Quasi subito si cominciò a ragionare non su quanto si doveva fare, ma su ciò che si poteva avere, dopo tanto dolore. E allora partì per restare libero. Per tenere in piedi e poter continuare a percorrere quel ponte macilento tra i grandi principi e la loro applicazione quotidiana. Partì per dire il suo no a quello strano modo in cui si diceva di ricordare, dimenticando invece tutto.
Avrebbe potuto fare anche lui semplice turismo della memoria da una posizione di prestigio. Avrebbe potuto fare del suo passato, come molti, una carriera politica. Ma scelse la via della della libertà senza compromessi. L’unica via per essere legittimato a ricordare veramente: cercare di capire l’inconcepibile senza concludere mai la ricerca e, nello stesso tempo, agire prima che accada, perché a nessuno accada mai più.
Vittore Bocchetta vive la responsabilità dell’essere superstite, sa che Auschwitz è arrivata perché migliaia di persone che sapevano si sono rifiutate di porsi il problema della loro responsabilità:  complici che non hanno ucciso, ma hanno permesso che il sistema dell’annientamento funzionasse. E, nel dopoguerra, altri complici che hanno contribuito all’annientamento della memoria. Far comprendere questi aspetti significa trovare gli elementi per costruire il nostro domani; per questo Vittore oggi frequenta con disperata speranza le aule magne delle scuole piuttosto che gli scranni del Parlamento. Perché è un insegnante, e sa bene che più importante della consegna di grandi eventi alla storia sono solo gli esempi di vita che confluiscono in altre vite.
Noi oggi siamo ben lontani dall’essere il paese beato evocato da Brecht che non ha bisogno di eroi. Siamo piuttosto, per citare Vittore, “un paese complicato che è stato capace di precipitare dal Rinascimento al fascismo e dai Ragguagli del Parnaso di Traiano Boccalini al “Popolo d’Italia di Benito Mussolini”, perciò abbiamo un gran bisogno di “eroi” come lui, capaci di praticare l’eroismo della quotidianità.
In un momento storico di sedicenti leader dall’ego ipertrofico abbiamo bisogno di eroi normali come Vittore, che ritagliano difficili spazi di generosità verso gli altri, che lottano perché sentono di far parte di qualcosa di più grande che una loggia, un’azienda o un partito, che abbandonano l’egocentrismo in favore del sociocentrismo e che hanno come unica stella polare la salute e il benessere della collettività.
In un momento storico in cui la politica non offre esempi da seguire, e quelli del passato sembrano inavvicinabili, Vittore ci richiama alla responsabilità di un eroismo possibile e doveroso, che può e deve essere praticato quotidianamente ed è alla portata di tutti.
In un momento di eterno presente, esiguo quanto le dichiarazioni fresche di giornata del politico di turno, ci testimonia quell’esemplarità che si perpetua nel tempo solo a patto che vi sia sempre chi la incarni in atteggiamenti coerenti.
Quasi un secolo trascorso nella difficile, scomoda e coraggiosa affermazione della libertà, senza indulgenza alcuna ai compromessi, merita di essere festeggiato come esempio di gioventù, in questi strani tempi in cui imperversa una retorica del giovanilismo che è invece cosa vecchia. Molto vecchia, visto che ci si dimentica che sono circa 100 anni che si sente inneggiare alla “giovinezza” in regimi totalitari.
Auguri Vittore, e grazie per tutto quello che fai per questi strani tempi. E soprattutto per il fatto di ricordarci che la libertà non è un qualcosa che si deve avere, ma qualcosa che si deve fare. Ogni giorno.
Marina Spinetti

venerdì 14 novembre 2014

Minacce ad Abbate: “Er sistema” intollerante al giornalismo d’inchiesta. Da Art. 21


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di Edoardo Levantini*
Il giornalista Carlo Bonini racconta su La Repubblica delle recenti gravi intimidazioni nei confronti del collega dell’Espresso Lirio Abbate.Già sotto scorta per le sue inchieste sui clan di cosa nostra e sui loro legami con un pezzo d’economia e politica siciliana. Martedi sera – racconta Bonini- l’auto blindata di scorta di Abbate è pedinata, gli agenti addetti alla tutela del giornalista reagiscono al pedinamento e riescono,con grande abilità, a bloccare uno dei due uomini che segue la vettura blindata. Solo due mesi fa nei pressi della redazione dell’Espresso viene ritrovata una vettura, rubata, con un proiettile ed un biglietto per Abbate.
Lirio Abbate è autore di diverse inchieste sulla Roma criminale (fra le altre, Espresso 12 dicembre 2012) rimarrà alla storia quella sui quattro Re di Roma: Michele Senese, Carmine Fasciani, Giuseppe Casamonica e Massimo Carminati. Fasciani dopo decenni di arresti domiciliari come “malato terminale” finalmente è chiamato a rispondere, in regime di detenzione del 41 bis, di aver costituito e diretto un’associazione mafiosa operativa in Ostia. Fasciani attende la sentenza prevista per dicembre. Michele Senese detto “o pazzo” scampato, indenne, da diversi procedimenti penali. Fino a poco tempo fa anche Senese era “malato” ed inadatto al carcere ora è detenuto e condannato – in primo grado – all’ergastolo come mandante del delitto di Giuseppe Carlino: un omicidio, compiuto nel settembre del 2001, con modalità mafiose dice la sentenza di primo grado. E poi c’è Massimo Carminati ex esponente politico del Msi, ex terrorista Nar ex appartenente alla Banda della Magliana.Cervello fino, uomo di poche parole ma di grande affidabilità dicono di lui tutti i collaboratori di giustizia della banda della Magliana.
Uomo di “cultura politica e criminale” aggiungeva qualche magistrato negli anni Novanta. Perde un occhio in uno scontro a fuoco con gli uomini della Digos e dell’Ucigos mentre tenta di espatriare in Svizzera carico di denaro e gioielli. E’ il 21 aprile del 1981 e quella data gli cambia la vita. Negli anni Novanta è al centro dei misteri d’Italia uno per tutti il delitto del giornalista Mino Pecorelli, è accusato dagli ex compari della Magliana di essere uno degli assassini di Pecorelli. Da quest’accusa sarà assolto, come da altre che lo vedono arrestato alla fine degli anni Novanta assieme a vecchi amici.
Tutto questo accade mentre ad Ostia – per la prima volta – viene arrestato assieme ad un esponente della famiglia Spada un ex dirigente di alto rango del municipio con l’Accusa di aver commesso reati aggravati da modalità mafiose. Si affacciano negli atti giudiziari anche nella Capitale le contiguità tra pezzi delle amministrazioni locali e delle organizzazioni criminali. Tutto questo però sembra interessare assai poco la classe dirigente della Capitale, che rimane affaccendata in altre questioni.

lunedì 10 novembre 2014

Da art. 21 l'informazione all'italiana

Lavoratori e Art.18. L’informazione oscurata

articolo18
Ci sono in piazza centomila lavoratori di tutti i settori pubblici?  Basso pagina, richiamo in prima, magari quasi nascosto. Quando va bene e al Corriere della sera non va bene ed evita anche  il richiamo. Certo c’è la notizia delle dimissione di Napolitano. Lui non le ha date, neppure le ha annunciate. Ne ha parlato Repubblica e diventa l’apertura di tutti i giornali. Se fossimo maligni dovremmo dire che buttare là questa notizia era chiaro che oscurava tutto ciò che avviene nel nostro paese, nel sociale. E noi siamo maligni. Del resto c’è una specie di caccia alle streghe, un  dagli all’untore che sprizza dalle pagine dei giornali, carta stampa,a televisione, radio. Presa di mira è la Cgil, il segretario generale  Susanna Camusso,  ci sarebbe una incompatibilità di carattere, lei proverebbe una antipatia per Matteo  Renzi. Lo scrivono giornalisti professionisti, non ragazzini. Insomma il più grande sindacato militerebbe milioni di lavoratori per una questione di pelle. E quando va bene si dice che lo fa perché costretta a fare concorrenza al rude  Maurizio Landini, una volta definito pappa e ciccia con il segretario del Pd che ora invece dice non prende ordini dal Pd. E sempre viene fuori l’articolo 18, il totem, il tabù.
Il coro di un giornalismo straccione che rinuncia ad informare
Ma lasciate perdere, interessa poche migliaia di lavoratori. Il  giornalista professionista sa bene, basta leggere le statistiche, che interessa quasi sette milioni di lavoratori. E sulla scia di Renzi domanda alla Cgil dove eravate, perché la tutela non riguarda tutti. Meraviglia in questo coro straccione l’intervento di Scalfari che conclude l’editoriale domenicale dove, giustamente ci pare richiama la Carta dell’Unione europea che all’articolo 30 prevede il ricorso di ogni lavoratore contro licenziamenti ingiustificati. Ma citiamo testualmente: “La Cgil dovrebbe semmai estendere l’articolo 18 a tutti i lavoratori quale sia il loro specifico contratto di categoria”. Non si può che rimanere basiti. L’articolo 18 fa parte di una legge dello  Stato e  Susanna Camusso non ha ancora i poteri di promulgare leggi dello Stato.  Non crediamo che Scalfari sia così ingenuo da pensare che in una trattativa  con le associazioni dei piccoli imprenditori  si possa inserire nei contratti una clausola che riguarda l’articolo 18. E’ problema dello Stato, dei governi, del Parlamento.  Sarà bene ricordare due cose: la prima riguarda l’atto di nascita dello Statuto, la seconda è la risposta alla domanda di Scalfari.  In Parlamento questa importante riforma per la quale la Cgil si batte fin dal 1952 quando l’allora segretario,  Giuseppe Di Vittorio,la propose non ebbe il voto favorevole del Pci. Lo Statuto era opera del ministro socialista, Brodolini e di Gino Giugni, stretto collaboratore del ministro. Luciano Lama diventato da pochi mesi segretario generale del sindacato di Corso d’Italia, definì lo Statuto una riforma molto importante. E apprezzamento venne anche dal Pci. L’astensione aveva diverse motivazioni fra cui quella di non comprendere i lavoratori delle aziende sotto i 15 dipendenti.
Cgil: quattro progetti di legge popolare, 5 milioni di firme, per estendere i diritti 
E questo problema , Scalfari dovrebbe saperlo,  Renzi no, lo comprendiamo perché ha rottamato anche la storia, quella della sinistra in primo luogo, proprio  dalla Cgil fu affrontato  con la grande manifestazione,  23 marzo  2002, dei Fori imperiali a difesa dell’articolo 18. In quelle stesse settimane , lo abbiamo già scritto e lo scriviamo di nuovo, la Cgil ,  di lotta e di governo, verrebbe voglia di dire, presentò  quattro progetti di legge di iniziativa popolare, sostenuti da oltre cinque milioni di firme. I progetti  proponevano un sistema riordinato e razionalizzato di tutele applicabile ai cosiddetti lavoratori atipici e parasubordinati (oggi diremmo ai precari);  la tutela dei dipendenti delle imprese minori, risarcimenti e reintegri,un sistema universale e sostenibile di ammortizzatori sociali; la semplificazione del contenzioso di lavoro, valorizzando i riti alternativi (conciliazione e arbitrato). Basterebbe che il ministro Poletti chiedesse  o verbali alla Cgil o facesse frugare in qualche angolo del ministero e il problema sarebbe risolto. E anche che qualche giornalista raccontasse la verità, riprendendo un vecchio slogan sempre valido: il diritto ad informare e quello dei cittadini ad essere informati.
Media: segnali di  ritorno ad un passato oscurantista
Perché i segnali di un ritorno al passato da parte dei media che danno notizie di manifestazioni, scioperi solo quando ci sono incidenti,  manipolano proposte, la campagna contro l’articolo 18 , sono  evidenti. Il manovratore non deve essere disturbato in particolare quando va in visita in fabbriche dove gli operai sono messi in ferie e alla Cgil è  vietato esercitare il  diritto di sindacato all’interno dell’azienda. Non solo la interviste al presidente del Consiglio e segretario del Pd sono sapientemente guidate. Mai che partecipi ad un reale confronto magari in qualche talk show.  Il nuovo conduttore di Ballarò, Massimo Giannini  si  è dovuto recare a Palazzo Chigi per rivolgere domande al premier. E, spiace dirlo, non è stato il Giannini, giornalista, che rivolgeva domande mai indulgenti a chi intervistava.  Leggendo le cronache sia dei quotidiani che delle televisioni sulla manifestazione dei centomila restiamo basiti. Il tema di fondo diventa il contratto di lavoro.  O  ci date il nuovo contratto o si fa lo sciopero generale.  Certo per chi ha un contratto fermo al 2009 perdendo migliaia di euro, si tratta di circa tre milioni di lavoratori,la questione è  importante. Ma la manifestazione, la mobilitazione inquadrava il contratto entro un ambito indigeribile per il governo:la riforma, si fa per dire, della Pubblica amministrazione che Renzi  tiene in cassaforte come un gioiello prezioso e “ vende”alla Commissione dell’Unione europea. I sindacati, unitariamente, hanno smontato pezzo per pezzo la”riforma Madia”, hanno avanzato proposte molto importanti che riguardano non solo le condizioni di vita e di lavoro di milioni di dipendenti pubblici ,ma soprattutto i servizi fondamentali che servono ai cittadini. Ma di questo è meglio  tacere, far finta di niente.  Non  può durare. Non deve durare. L’informazione non può essere oscurata, se è vero, come è vero che è il sale della democrazia.
10 novembre 2014

venerdì 7 novembre 2014

da Art. 21: etica a geometria variabile

Se questo è l’ordine che riammette Farina e non espelle seduta stante Alfonso Signorini…

signorini
Marianna Madia e suo marito Mario Gianani hanno subito un inaudito atto di violenza da parte di un giornale e di un direttore giornalistico. Uno di noi, un esponente della nostra categoria. Vergogniamoci tutti insieme per questa ennesima disgutosa manifestazione di assenza di qualsisasi eticità della nostra professione. Adesso è inutile evocare le posizioni politiche del giornale, della ministra, e aggrapparsi a penosi precedenti, è venuto il momento di affrontare di petto il caso vero, il bubbone da intaccare: l’ordine dei giornalisti. Lo scrivemmo in tanti casi del passato, ultimo quello di Renato Farina, l’agente “betulla”, che si faceva pagare dai servizi per passargli le informazioni sui colleghi. Se questo è l’ordine che riammette Farina e non espelle seduta stante Alfonso Signorini (nella foto) dobbiamo gridare a gran voce in tanti che da questo Ordine ce ne andiamo! Perchè un Ordine professionale che per i cittadini ormai è solo una delle caste di questo paese ha una sola forza nelle sue mani: l’etica dei comportamenti. Il ritorno ad un’etica professionale forte, esplicita, volutamente sottolineata, sarebbe l’unico modo per ridare un senso a un organismo privo ormai di valore e di significato e di riavvicnare la nostra categoria al suo unico autentico editore che è il cittadino che legge, sche sceglie il suo gornale, il suo telegiornale, la sua radio, i suoi siti web.
Personalmente potrei scrivere a lungo contro i provvedimenti sulla pubblica amministrazione proposti da Marianna Madia, e questo sarebbe fare giornalismo. Ma l’oscenità di quelle pagine, l’obiettivo dichiarato di fare di qualsisasi dettaglio una pagina di fango, il non rispetto assoluto si una legge sulla privacy che quando fu varata ci pose ai vertici della correttezza etica in Europa, è una di quele gocce che fanno traboccare il vaso. E non è solo una questione di sessismo e di ulteriore attacco alla differenza di genere, che pure è stata una forma di degrado del giornalismo degli ultimi venti anni, è un problema prettamente professionale: quelli di CHI che lavorano così io e migliaia di noi non li riconosciamo più come colleghi. L’Ordine ne prenda atto e faccia semplicemente il suo dovere.
6 novembre 2014

domenica 2 novembre 2014

Asibiri presenta il libro di Massimo Dadea









In collaborazione con l’Associazione Malik

Presentazione del libro
La maledizione libertaria
Il racconto di una passione
di Massimo Dadea 







La politica è una passione che matura presto, alimentata anche da episodi che hanno caratterizzato le vicende familiari: «Una passione che nasce dai racconti di fronte al caminetto e che poi finisce per intersecarsi con le vicende politiche, economiche e culturali che hanno segnato la storia recente della Sardegna». 


Ne parlerà con l’Autore
Giovanni Maria Bellu
Giornalista, Direttore di Left e di SardiniaPost











Cagliari, venerdì 7 novembre - ore 18,30

Libreria la Feltrinelli Point -  Via Paoli, 19

giovedì 30 ottobre 2014

Vittore Bocchetta: I manganelli della polizia a Roma. E quel’incubo che continua a riproporsi…


Vittore Bocchetta su Sardinia Post:

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Fine ottobre 2014. “Scontri al corteo Ast, il video della polizia: Volevano occupare stazione Termini” (La Repubblica, 30 ottobre 2014).
Di nuovo, o di seguito? Qui la mia memoria è risvegliata da un costante, ripetuto, incubo. Ho paura! Continuo da quasi un secolo a svegliarmi da un sogno ripetitivo. Il risveglio mi riconforta quasi sempre: suvvia quei tempi son passati!
Ma un giorno, 13 anni fa, nel 2001, l’incubo è ritornato: sono a Genova nella palestra della scuola Diaz. Rivivo il mio primo arresto senza causa del 1941, poi la serie consecutiva, gli interrogatori, il nervo di bue e il KZ germanico.
Poi mi risveglio: meraviglioso! Si tratta solo di un altro incubo, io sono ancora io, ma poi, dopo molto tempo, arriva fredda e blanda la consolazione di una tardiva sentenza “educativa” che può forse restituirci il sonno. Forse la lezione vale lo sconforto.
Ma ecco di nuovo il sogno che si ripete. Come è possibile?
Cercare i valori quando ti svegli non serve a nulla se devi tornare a dormire.
Chi erano gli squadristi del manganello? Figli di contadini? Chi sono gli agenti col manganello? Figli dei figli di quei contadini? Sono stanco, devo dormire, ma ho paura di sognare di nuovo.
Vittore Bocchetta

mercoledì 22 ottobre 2014

“Tracce di verità, il giornalismo di inchiesta sulla strada di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” è l’incontro che aprirà il festival venerdì 24 ottobre alle 18.30, organizzato in collaborazione con l’associazione Asibiri.

‘I libri aiutano a leggere il mondo’, a Cagliari il festival della lettura. Venerdì la storia di Ilaria Alpi

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Ilaria Alpi e il suo collega operatore Miran Hrovatinindagavano su corruzione, traffico d’armi e smaltimento illegale di rifiuti in Somalia quando vennero freddati a Mogadiscio ormai vent’anni fa. La morte della giornalista italiana ha sconvolto l’opinione pubblica del paese in quegli anni ma il caso per la giustizia italiana non è mai stato chiuso: una verità giudiziaria scomoda per i rapporti tra Italia e Somalia, un omicidio dai risvolti inquietanti e misteriosi insabbiato troppo in fretta. Sulla storia della Alpi e di Hrovatin indaga da anni il giornalista e scrittore Francesco Cavalli che da pochi mesi ha pubblicato il romanzo “La strada di Ilaria” edito da Milieu Edizioni.
A questa triste vicenda è dedicato l’evento di apertura del festival ‘I libri aiutano a leggere il mondo’, progetto itinerante di invito alla lettura oggi alla sua quinta edizione. Il programma, organizzato a Cagliari tra 24 e 25 ottobre dall’associazione isolana Malik, prevede incontri e spettacoli tra la sala conferenze del Consorzio Parco Molentargius Saline, la Mediateca del Mediterraneo e l’Hostel Marina sul tema “La vita, per esempio“: “La crisi che ha investito l’occidente, esplosa nel 2008, è stata profonda e totalizzante e pare non essersi esaurita – scrivono gli organizzatori del Festival. La società civile, capace di sperimentare altri modelli, assume una funzione centrale nell’elaborazione di nuove forme di democrazia e di evoluzione culturale. ‘La vita, per esempio’, nuova edizione della manifestazione, pone una riflessione sulla possibilità di innescare processi di innovazione sociale attraverso le azioni dei cittadini, che possono, a volte, ispirarsi alle esperienze e al lavoro difigure speciali. La narrazione e condivisione delle opere e del lavoro di persone che hanno condotto o conducono un’esistenza esemplare o rivoluzionaria e lungimirante, rispettosa dei diritti civili e dell’ambiente, trovano qui un posto prioritario per una rilettura profonda, per valorizzarne il pensiero, attualizzandolo e ispirare nuove iniziative socioculturali capaci di creare un terreno ottimale sul quale l’innovazione sociale si possa attivare per imprimere cambiamenti effettivi”.
Primo appuntamento dunque dedicato alla figura della giornalista italiana uccisa in Somalia: “Tracce di verità, il giornalismo di inchiesta sulla strada di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” è l’incontro che aprirà il festival venerdì 24 ottobre alle 18.30, organizzato in collaborazione con l’associazione Asibiri. Saranno presenti l’autore del libro Francesco Cavalli e Giovanni Maria Bellu, che nella sua attività giornalistica si è occupato di inchieste e misteri italiani. L’attrice veneta Giorgia Penzo presenterà una performance ispirata alle pagine del romanzo.
GUARDA IL BOOK TRAILER “LA STRADA DI ILARIA”
La serata proseguirà con “Letture di Gusto”, aperitivo con i prodotti enogastronomici del territorio e lo spettacolo “Avevi ragione Woody! Un viaggio nell’America di Woody Goothrie” della compagnia Le Voci del Tempo.
Il giorno successivo, sabato 25 ottobre appuntamenti alla Mem di via Mameli: dalle 9 il laboratorio “My face My book” con Francesco Cavalli, Marco Peroni, Giuseppe Caboni, Giorgia Penzo e Rita Atzeri. Seguirà l’editing finale dei partecipanti al laboratorio “Cagliari City Portrait”, interverrà il fotografo Dario Coletti. Di sera dalle 17 si parla di “Franco Basaglia e la società possibile” con Peppe Dell’Acqua, Daniele Piccione e Oreste Pivetta, a seguire teatro di narrazione con “El dotor de mati, storia di un neurologo a Venezia, dalle fondamenta alla legge Basaglia” con Claudia Fontanari e Sara Greco Valerio.
Alle 19, “Il superlativo di amare – una rilettura dell’epistolario del grande scrittore argentino Julio Cortazar” con Sergio Garufi e Claudia Sarritzu, appuntamento realizzato in collaborazione con il festival Leggendo Metropolitano.
Si chiude all’Hostel Marina con lo spettacolo “The Man Who Sold the World. Viaggio nell’Italia di Andrea Pazienza” a cura di Le Voci del Tempo, introduce Bepi Vigna.

venerdì 17 ottobre 2014

Vittore Bocchetta: “Le combattenti curde e l’eroismo della semplicità”

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Questa settimana, la domanda della rubrica Testimone del nostro tempo del partigiano Vittore Bocchetta, scaturisce dalla valanga di pessime notizie che ci arrivano dall’estero. Eccola.
Tutti i giorni seguiamo con passione e angoscia le vicende dell’avanzata dei tagliagole dell’Isis, l’esercito del cosiddetto Stato islamico. Giungono regolarmente notizie di interi battaglioni dell’esercito iracheno che se la danno a gambe alla sola vista della bandiera nera. Le donne curde sono molto più coraggiose dei soldati regolari di tanti eserciti in fuga.  Il problema dei soldati regolari che non sanno o non vogliono combattere è ormai mondiale. Che succede?
“Che succede? Intanto voglio dire che, con davanti agli occhi quelle immagini di sangue e di dolore, spero che queste assurde bestialità finiscano al più presto. Ho vissuto e non ho mai dimenticato le cataste di essere umani prodotte del feroce cinismo nazista. Mi hanno così tanto assuefatto alla morte che le commemorazioni funebri mi lasciano impassibile. E temo che quella che è in me assuefazione al dolore possa sfociare in un sentimento collettivo di assenza di pietà. Non so se verrà mai il tempo in cui la memoria di quelle stragi ci aiuterà ad arrivare alla conclusione che non si debbano più ripetere, anziché a considerarle fatti che devono ciclicamente riproporsi nella storia”.
“Intanto, mentre mi pongo queste domande, il presente mi smentisce: si continua a uccidere per uccidere. Poi, un giorno, anche questa assurda vicenda dello Stato islamico diventerà storia, e saranno ricordati gli eroi e le vittime. Ma quanto sarà ricordata quella donna curda che si è fatta saltare in aria per impedire l’avanzata dei miliziani che volevano sterminare il suo popolo? Chissà. Ripenso alle donne della nostra Resistenza. Così poco ricordate, in confronto ai partigiani maschi, rispetto a quanto fecero per liberare l’Italia. E mi chiedo se succederà lo stesso. Temo di sì, temo che anche la memoria di quella donna eroica si appannerà. Per la semplice ragione che, come tutte le donne, ha compiuto il suo gesto eroico con semplicità, come si assolve a un’incombenza familiare, perché era una madre che pensava ai suoi figli. Ecco, il giorno in cui riusciremo a ricordare l’eroismo della semplicità, allora potremmo dire di essere a una svolta”.
Vittore Bocchetta

giovedì 9 ottobre 2014

Da Art. 21: La strage dei giornalisti in Russia

Russia, la strage dei giornalisti

anna Politkovskaja
Ulica Lesnaja, la via dei boschi, è a ridosso del centro, traffico caotico, gente che va (perchè?) sempre di corsa. I boschi non ci sono più da secoli. Al numero 8/12 non si meravigliano se arriva una telecamera: in genere sono stranieri, i russi vengono qui giusto una volta l’anno, il 7 ottobre, a ogni anniversario. Anna Politkovskaja abitava al sesto piano. Quella sera era piena di buste della spesa, era passata dal supermercato al ritorno dal giornale: le aveva appena poggiate davanti all’ascensore quando un killer ha spezzato la sua vita e la speranza di libertà nella nuova Russia. Rivedo emozionato tutto quello che avevo visto infinite volte: la farmacia sotto casa, il supermercato, la stazione della metropolitana per la Bielorussia, il portone con il codice. C’è una targa all’ingresso che ricorda il posto del suo sacrificio: nessuna parola in più, semplicemente “qui abitava…” ed è già un miracolo in un Paese dove due cronisti la settimana scorsa sono stati pestati a sangue, fortunatissimi perchè normalmente spariscono. Salgo quei gradini, mi fermo davanti al punto esatto, dove è morta, sto qualche minuto in silenzio a renderle omaggio. Anna l’avevo conosciuta due anni prima a Francavilla, per il premio dedicato ad Antonio Russo un cocciuto cronista abruzzese che aveva pagato anche lui con la vita la denuncia delle infamità di Putin in Cecenia. Mi si accappona la pelle, recuperando i ricordi. Gentile, discreta, sorridente sembrava una tranquilla signora della nuova società moscovita. E invece era una cronista cocciuta, senza paura. Talmente brava che per farla star zitta l’hanno dovuta uccidere.
La cifra è agghiacciante. Il sito della Fondazione in Difesa della Glasnost che tiene aggiornata la lista dei giornalisti uccisi o scomparsi, fornisce una statistica drammatica: negli ultimi vent’anni sono stati uccisi in Russia quasi trecento reporter: esattamente 294 tra giornalisti, fotografi e operatori radiotelevisivi, almeno un terzo nell’era Putin.  Alto anche il numero dei giornalisti che sono scomparsi senza lasciare tracce, compresi numerosi stranieri tra i quali il freelance italiano Antonio Russo, il cui corpo fu rinvenuto il 16 ottobre 2000, orribilmente torturato, nelle vicinanze di Tbilisi, capitale della Georgia.
Fra le vittime, anche l’erede di Anna Politkovskaya,  uccisa in un agguato insieme a un avvocato icona della lotta per i diritti civili: Anastasia Baburova, venticinquenne praticante della Novaya Gazeta. La Politkovskaya, massima espressione in Russia del giornalismo investigativo, è stata la quinta vittima infatti in un decennio, dello stesso giornale di opposizione.  I giornalisti del quotidiano si trovano in uno stato di depressione palpabile non tanto perché hanno perso alcune delle firme migliori e degli amici più stretti, quanto perché cominciano ad avere il dubbio sul fatto che tutti i loro sforzi – rischiare la loro vita per raccontare ai loro lettori più di quello che trapela dalle fonti ufficiali – importino veramente a qualcuno. “I giornalisti non hanno la sensazione che ai lettori interessi quello che stanno facendo”, ammette amaramente Serghei Sokolov, vicedirettore del giornale. “Dopo aver appreso la notizia della morte di Anna – sottolinea Sokolov – siamo stati sopraffatti da una nube scura e dalla depressione. I nostri veterani hanno cominciato a temere se, nonostante tutto, non fosse necessario chiudere il giornale. Avevamo preso in considerazione seriamente la possibilità di chiudere e lo avremmo fatto se non avessimo ceduto alle forti pressioni delle giovani leve del nostro staff”. Ma i giornalisti adesso non corrono rischi solo con i servizi segreti, come ai tempi del comunismo, ma anche con i poteri forti, gli oligarchi, i gruppi criminali e i piccoli ras locali che ricorrono al terrore per restare al potere.
*Fonte:“Mafija”, Roundrobineditrice, 2014

martedì 30 settembre 2014

Sardegna avvelenata, qual è il bilancio del governo regionale?


quirra_orizz
Quanto scritto da Massimo Dadea oggi su SardiniaPost attiene all'ecologia ambientale ma, anche, all'ecologia dell'informazione. A quella informazione negata, sviata, nascosta contro cui combatte la nostra Associazione.


Sono in molti a storcere il naso quando sentono che la Sardegna è la regione d’Italia più inquinata: ben 445 mila ettari, 100 mila più della disastrata Campania. Un terzo della popolazione sarda è esposto all’impatto di materiali inquinanti che avvelenano l’aria, l’acqua, la terra.
In molti storcono il naso, altri  si limitano ad una alzata di spalle quando leggono che molte parti dell’isola, specie quelle più vicine agli ex siti industriali, presentano un eccesso di mortalità per l’alta incidenza di tumori polmonari e della pleura. Altri ancora non riescono a dissimulare il proprio stupore quando gli viene riferito che questi dati assai allarmanti si possono reperire nell’indagine epidemiologicaSENTIERI: da alcuni, anche tra chi ricopre responsabilità istituzionali, spesso scambiata per la più famosa telenovela.
Lo studio epidemiologico “Sarroch, ambiente e salute” – quasi un involontario ossimoro – portato avanti da anni dall’Università di Firenze, ha confermato l’alta incidenza di malattie respiratorie, anche di tipo tumorale, di ipertensione arteriosa e sindrome ansioso depressiva, che affligge quelle popolazioni. Lo scetticismo diventa quasi fastidio quando si scopre che intorno ai poligoni militari diQuirra, Teulada e Capo Frasca, lo Stato, invece di tutelare l’ambiente e la salute, ha seminato e continua a seminare veleni e morte.
Ora, a distanza di mesi dall’insediamento della nuova Giunta, è legittimo chiedersi: cosa sta facendo il governo regionale per avviare a soluzione questa drammatica sciagura ambientale e sanitaria che grava sui cittadini sardi? Badate, non lo Stato patrigno, ma la Regione sarda.
Vediamo un po’: ha prontamente avviato una indagine epidemiologica indipendente che prenda in considerazione l’intero territorio sardo? Ha sollecitamente istituito il Registro dei Tumori? Ha deciso di destinare a favore dei servizi territoriali di prevenzione qualcosa di più delle poche briciole contenute nel corposo bilancio della sanità? Ha perentoriamente deciso di destinare a favore delle bonifiche ambientali una fetta consistente di risorse, visto che questo comporterebbe anche nuova occupazione? Ha posto un ultimatum definitivo allo Stato per la chiusura dei poligoni militari? Per adesso pare di no, ma non bisogna disperare. D’altronde sono trascorsi appena sei mesi.
Massimo Dadea



mercoledì 24 settembre 2014

Vittore Bocchetta su SardiniaPost

Il “fanatismo dell’Io” si nasconde sempre dietro qualche dio


Abu Bakr al-Baghdadi
Decapitazioni filmate e diffuse attraverso i social network in tutto il mondo. Una strategia del terrore e dell’orrore che atterrisce l’opinione pubblica. Ma, a parte i mezzi moderni attraverso i quali queste atrocità vengono mostrate, c’è qualcosa di diverso rispetto a quanto accadde nel Novecento col nazismo? E’ quanto abbiamo chiesto, per la rubrica Testimone del nostro tempo, al partigiano Vittore Bocchetta. Ecco la sua risposta.
Il dato di partenza è che a una platea globale giovane e smemorata viene offerto questo spettacolo orribile. Non è necessario avere una memoria centenaria per inquadrare quel che sta accadendo oggi nella Storia. E comprendere che queste esecuzioni rivelano la disperata inferiorità di chi le mette in atto. Al contrario di quanto vorrebbero far credere i loro autori, non sono prove di forza. La loro pericolosità sta nel fatto che diffondono l’idea di una fede fanatica che si spinge fino al punto di “uccidere per uccidere”. Una riedizione moderna del “muoia Sansone con tutti i filistei”.
La strategia nazista era ben altra cosa. Là c’era un disegno “moderno”, “tecnico” e “scientifico”. C’era il progetto per una “soluzione finale” che non va mai dimenticato perché era fondato su un piano esecutivo possibile. Ma aveva finalità diverse rispetto a quelle di quanti oggi erigono questi nuovi patiboli davanti al mondo con i loro orribili e folcloristici riti satanici.
I mezzi per uccidere, e quelli per diffondere la notizia delle uccisioni, continuano a progredire e l’industria bellica non conosce crisi. Dentro questo terribile progresso nasce periodicamente qualche “io” fanatico. Che, magari, si nasconde dietro qualche Dio. Ma è questo “io” a doverci allarmare.
Vittore Bocchetta

martedì 16 settembre 2014

Vittore Bocchetta su SardiniaPost


Vittore Bocchetta: “Non dimentichiamo gli orrori di ieri se vogliamo cancellare quelli di oggi”




David Heines
Riprende oggi, dopo la pausa estiva, la rubricaTestimone del nostro tempo del partigianoVittore Bocchetta. Al quale abbiamo chiesto di commentare appunto questa estate di guerra e di violenze.
Va via via sbiadendo la memoria degli anni Quaranta e della Seconda Guerra Mondiale, e i tempi dell’oblio assecondando quelli della scomparsa dei testimoni di allora, cioè di quanti si accaniscono a non dimenticare. Papa Francesco ora parla di “guerra mondiale a pezzetti”. Chissà: non c’è ancora un bilancio “mondiale” di quanto sta accadendo, quel che è certo è che tutte le guerre sono “mondiali” per chi viene violentato, torturato e ucciso.
Torna l’eterna domanda. Se cioè ci sia un fato ineludibile che periodicamente induce gli uomini ad ammazzarsi. O se invece a determinare questo “fato”  sia l’industria bellica, perché, tutto sommato, anche la spada e lo scudo hanno portato, assieme a fiume di sangue, il guadagno del fabbro che li costruiva.
Non so se c’è una “guerra mondiale a pezzetti”, né se ci sarà una “pace a pezzetti”. Ma so che se vogliamo davvero una pace mondiale, dobbiamo imparare a non considerare ‘vero e giusto’ solo quello che lo è per noi. Considerarsi i detentori della verità assoluta è la causa fondamentale delle guerre e forse non è un caso che oggi tornino quei tipi di guerra che più di tutti si fondano su questa illusione, le guerre di religione.
E’ già successo. E’ la nostra storia. Anche recente. Io la ricordo ancora bene, ricordo bene Hitler con le sua armate di pecore dotate di zanne di leone e i sessanta milioni di morti. Basterebbe fare memoria dei nostri sbagli per non ripeterli ancora.

Vittore Bocchetta

lunedì 8 settembre 2014

In un libro la sconvolgente storia di Nicolò Businco

venerdì 19 settembre  alle ore 18 alla Feltrinelli point, in via Paoli 19 verrà presentato il libro di Tonino Serra. Con  l’autore   dialogherà  il  giornalista Giovanni   Maria Bellu. L'Associazione ASIBIRI, che è tra i promotori dell'iniziativa, invita soci e simpatizzanti a partecipare.





Presentano

Nicolò Businco.
Storia di un errore giudiziario
di Tonino Serra



Le edizioni Condaghes in collaborazione con la libreria Feltinelli point e l'associazione Asibiri hanno il piacere di presentare il nuovo lavoro di Tonino Serra  Nicolò Businco. Storia di un errore giudiziario.

Uno sconvolgente spaccato della giustizia e della società sarda di fine  ottocento  che  racconta  la  devastante  povertà  delle  zone interne, le faide sanguinarie e le lotte politiche senza esclusione di colpi tra chi voleva mantenere corruzione e privilegi e i coraggiosi innovatori come Niccolò Businco che per questo suo impegno pagò un altissimo prezzo personale senza mai arrendersi fino al recupero della libertà e dell'onore.

Tonino  Serra, Ierzese con ascendenti di Tertenia e Ulassai,  medico fisiatra,  vive e lavora a Cagliari dal 1975.
Sindaco    del   suo   paese   negli   anni   ’80,   è   stato   consigliere provinciale e comunale  di Cagliari  dal 1990 al 1998. Ha pubblicato Ierzu,  storia  di  un  paese  contadino, Ierzu,  la  gente,  i  luoghi,   la memoria,  e alcuni  saggi su Quaderni  Ogliastrini. Con vari autori  ha curato  il libro  monografico Ogliastra.  Sta ultimando la monografia Ulassai, i percorsi della memoria.



Il giovedì del 16 luglio 1914, Nicolò Businco lasciò il carcere dopo quasi diciotto anni di detenzione. Con altri tre compagni di sventura - Giosuè Piroddi, Antonio Lorrai e Antonio Parlatariu di Tertenia - fu condannato all´ergastolo, in seguito a un processo che all´epoca fece scalpore, per l'omicidio di Ruggero Tedde, segretario comunale di Perdasdefogu, commessola notte del 16 agosto 1894.
Nel 1911, in seguito a pazienti investigazioni, i famigliari dei condannati erano riusciti a far incriminare per suborno e falsa testimonianza chi aveva determinato la condanna del 1898 e a ottenere la revisione del processo. Il nuovo si concluse tuttavia con l´assoluzione degli accusati, nonostante alcuni di loro avessero confessato.
Per via della logica perversa della burocrazia, Piroddi e Businco (gli altri due  erano  nel  frattempo  deceduti  in  carcere),  pur  essendo  stati
riconosciuti implicitamente vittime di un grossolano errore giudiziario,
furono ricondotti in prigione nell´attesa che si chiarisse la loro posizione processuale.  Giosuè  Piroddi  fu  liberato  il  17  febbraio  1912  mentre Nicolò Businco dovette attendere altri ventinove mesi nel penitenziario di Oristano.


Il libro  sarà presentato venerdì 19 settembre  alle ore 18 alla Feltrinelli point, via Paoli 19.
Con  l’autore   dialogherà  il  giornalista Giovanni   Maria
Bellu.

L’attrice Maria Luisa Businco leggerà alcuni  brani scelti del libro.

Durante  l'incontro verranno  proiettate immagini inedite dei  protagonisti della  vicenda  e dell'Ogliastra del periodo.