sabato 22 febbraio 2014

Art. 21 sulla crisi Ucraina

Piazza Maidan, la Tienanmen

alle nostre porte e l’incapacità di capire

11160-2
di Franco Venturini
Piazza Maidan è diventata una Tienanmen nel bel mezzo dell’Europa, come potevano non reagire i governi della Ue? Davanti al loro collettivo silenzio l’Europa comunitaria avrebbe definitivamente rinunciato a essere soggetto politico, avrebbe tradito i suoi valori, avrebbe aperto una pericolosa frattura con Washington.Eppure ieri a Bruxelles i criteri dominanti sono stati quelli della misura e della gradualità.
Sono stati decisi il blocco dei visti e il congelamento delle disponibilità finanziarie all’estero per i responsabili della repressione (si saprà nei prossimi giorni se tra i colpiti c’è anche Yanukovich), oltre a un simbolico embargo sugli strumenti di coercizione ma non sulle armi. Rispetto alla ben maggiore severità che alcuni predicavano risulta chiaro che la maggioranza dell’Unione, guidata ancora una volta dalla Germania, vuole sì sanzionare la violenza ma tenta ancora di mediare, continua a puntare sul dialogo con Kiev e, se l’intransigenza di Putin lo renderà possibile, anche su quello con Mosca.
È lecito esprimere qualche perplessità nei confronti di questo approccio prudente mentre in Ucraina la polizia viene autorizzata a sparare (cosa che ha già abbondantemente fatto) e molti temono uno stato d’assedio che potrebbe sfociare nella guerra civile. Ma in aggiunta allo scontato scetticismo sull’efficacia delle sanzioni, è la permanente complessità della questione ucraina a mettere alla prova gli strateghi occidentali e i loro governi. Le spaventose immagini di violenza rimbalzate da Kiev nel mondo intero ci ricordano l’antica spaccatura dell’Ucraina tra filo-occidentalisti e filo-russi, e ci fanno tornare ai tempi di quelle conferenze (Yalta, ma anche Teheran e Potsdam) che regolarono la divisione dell’Europa post-bellica. L’Ucraina si trovò beninteso nel blocco sovietico, Stalin non avrebbe digerito nulla di diverso. Ma quando nell’89 il cosiddetto «ordine di Yalta» fu spazzato via dalla caduta del Muro e poi da quella dell’Urss, l’Ucraina, con 60 milioni di abitanti e grande quanto la Francia, si scoprì abbandonata nel suo ruolo di cuscinetto Est-Ovest. L’Europa sbagliò, malgrado il tardivo appoggio alla Rivoluzione arancione guidata dalla Tymoshenko nel 2004. E poi, a peggiorare le cose, giunse il revanscismo di Putin con i suoi progetti di unione euro-asiatica. Lo scorso novembre la Ue sbagliò di nuovo, mettendo sul tavolo per Yanukovich seicento milioni di euro contro i miliardi del Cremlino: inevitabilmente il presidente ucraino scelse denaro e petrolio a buon prezzo, dimenticando che la metà, e forse ben più della metà del suo popolo voleva l’accordo con l’Europa per garantirsi un futuro migliore. Così è nata la contrapposizione in piazza, così è nata la violenza, così al braccio di ferro geopolitico tra Occidente e Russia per attirare l’Ucraina si è affiancata una estesa rivolta popolare.
Putin accusa l’Ovest di interferenza, lui che ne ha fatte più di tutti. L’America «scandalizzata» non vuole dargliela per vinta, e certe ripercussioni su Sochi probabilmente non le dispiacciono. L’Europa cerca una via di mezzo che forse ormai non esiste più, perché è davvero difficile immaginare un accordo tra Yanukovich e la piazza mentre a Kiev continua a scorrere il sangue. E mentre, sarebbe disonesto non ricordarlo, nel campo dei rivoltosi cresce a scapito dei più moderati l’iniziativa non certo pacifica dell’estrema destra del «pravi sektor», formata da antisemiti esplicitamente nostalgici del nazismo.
Quali che siano le promesse di Yanukovich agli inviati europei che ieri lo hanno incontrato a Kiev mentre in piazza Maidan scorreva altro sangue, prevedere il futuro prossimo dell’Ucraina è un esercizio ad alto rischio. Il partito del presidente non è più compatto, alcuni degli oligarchi più influenti non lo appoggiano più, e se intervenissero i militari non è detto che i soldati accetterebbero di sparare sul popolo. Isolato e influenzato dai falchi sia ucraini sia russi, Yanukovich sembra con le spalle al muro. Anche i rivoltosi, come abbiamo detto, dovrebbero fare pulizia. E poi c’è Putin: sarà disposto a lavorare con l’Europa per tenere a galla insieme un Paese sull’orlo del default e della miseria collettiva? Angela Merkel lo spera. Ma i segnali che giungono da Mosca, compreso l’invito a Yanukovich a «non fare lo zerbino», vanno nella direzione opposta.
22 febbraio 2014

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