giovedì 15 maggio 2014

La rivoluzione TV raccontata da Art. 21.

Rivoluzione TV. Murdoch lancia la Super-SKY paneuropea. Le TLC comprano Torri e Digital TV. In Italia si fa a pezzi la RAI, mentre Mediaset è in crisi

super-tv
Soffia un vento gelido di tempesta nei cieli mediatici dell’Unione Europea. Come un ciclone, che soffia impetuoso dal Nord-Ovest dell’Inghilterra liberista, si abbatte sull’intero sistema radiotelevisivo del continente, travolgendo soprattutto i Network pubblici più deboli e già provati dalla crisi finanziaria e dagli strali delle politiche di rigore, decise dai rispettivi governi: Grecia, Portogallo, Spagna e ora anche Italia. Assistiamo, in realtà, ad una rivoluzione tecnologica, finanziaria e strategica nel mondo delle TV, portata avanti senza esclusione di colpi e con l’assenza inquietante dei “controllori”: Autorità antritrust, Commissione Europea ed Europarlamento, il BEREC, l’organismo dei regolatori europei sulle comunicazioni elettroniche.
I protagonisti di questa rivoluzione, gravida di interessanti ma anche inesplorate e preoccupanti novità per la libertà, il pluralismo delle informazione, il sistema di organizzazione del lavoro, la tutela delle autonomie ideative e creative nei campi dell’intrattenimento (spettacoli, film, serial,ecc…) e il rispetto e la valorizzazione delle diversità etnico-culturali, sono essenzialmente tre settori del vero potere globalizzato, in grado di modificare anche gli assetti geopolitici mondiali: le società di Telecomunicazioni (tra le più attive, le spagnole Telefonica e Abertis, l’inglese Vodafone, la francese Orange), gli Over-the-Top, ovvero i “Signori del WEB” (Google, Yahoo, Youtube, Facebook, Amazon, Apple, Netflix) e alcuni gruppi editoriali multinazionali come la NewsCorp dello “squalo” Rupert Murdoch con i suoi “marchi” BSKYB inglese, SKY Germania e Italia e la 21th Century Fox americana, o anche l’araba Al Jazeera, proprietà della famiglia dell’emiro del Quatar.
I Signori del WEB – Sono le società padrone del WEB, che incamerano centinaia di miliardi di dollari di utili l’anno e, attraverso artifici fiscali e sfruttamento delle legislazioni più favorevoli, riescono a pagare cifre irrisorie di tasse. Sono loro il fronte avanzato della rivoluzione mediatica, vivendo un “periodo d’oro” senza che nessuna Autorità di controllo riesca a limitarne realmente i campi d’azione, non esistendo legislazioni appropriate in Europa e in America sul mondo anarcoide del WEB. E poi sono tra i maggiori contribuenti delle campagne elettorali negli Stati Uniti, come in Europa. Sono i più influenti “persuasori occulti” presso le “community” giovanili (fino ai 40 anni) e i consumatori dell’e-commerce sempre più in aumento nel mondo. Gente che fa opinione e che vota! Ancora non esiste una legislazione europea adeguata che faccia pagare loro i diritti d’autore né tasse appropriate. Ma non esiste nemmeno una legislazione che regoli le rispettive organizzazioni del lavoro, con il conseguente corollario della più grave crisi occupazionale nel mondo giornalistico continentale sia nei settori tradizionali (carta stampata e radio-TV), sia nella precarizzazione e schiavizzazione delle nuove generazioni di “citizen-reporter”.           
Telefonia, Torri di trasmissione e TV Digitale Premium – Il nuovo shopping da parte delle maggiori società delle TLC è diventato la corsa all’accaparramento delle Torri di trasmissione e ai servizi Digital Premium. In prima fila le spagnole Telefonica e Abertis, che di recente hanno acquistato: la prima, Digital plus (in cui resta una quota di minoranza di Mediaset) e l’altra l’intero pacchetto azionario della società che gestiva le Torri da parte dell’italiana Atlantia, ovvero le Autostrade in mano alla famiglia Benetton. Shopping da centinaia di milioni di euro, che permetteranno ai nuovi oligopolisti delle TLC fisse e mobili di far passare ad alta velocità tutte le comunicazioni anche i metadati, i filmati, le trasmissioni TV attraverso le loro torri e i cavi a fibre ottiche.
La Super-SKY paneuropea – Come contrastare lo strapotere prossimo venturo e, in parte, già evidente degli Over-the-Top e delle società di TLC fissa e mobile nel campo dei prodotti TV “Premium”, ovvero gli avvenimenti sportivi (calcio delle leghe nazionali e internazionali, i mondiali e gli europei non solo del football, le olimpiadi, il motociclismo e la Formula Uno)? Per chi domina il mercato satellitare europeo della TV tradizionalista non c’era che una strada da intraprendere: quella della unificazione internazionale. Economie di scala, ma anche massimizzazione dei profitti. Ecco così che Murdoch, contrastato dalla concorrenza interna in Gran Bretagna e in Germania dalle altre piattaforme satellitari (mentre in Italia opera in regime di monopolio!), cambia la sua strategia di penetrazione per poi “invadere” anche gli altri paesi dell’Unione Europea e “soffiare” clienti ai Network pubblici e privati che si stanno espandendo nel Digitale Terrestre e nel promettente business della Mobile TV. Un’operazione per ora valutata sui 10 miliardi di euro, forte anche della “potenza di fuoco” di Murdoch, che può contare sia sulla compravendita dei diritti in esclusiva dei maggiori avvenimenti sportivi nazionali e mondiali, sia nella capacità di persuasione della sua potente lobby che opera a Bruxelles presso le istituzioni comunitarie.
Mediaset, RAI e “l’esproprio proletario” – I due maggiori Network generalisti italiani, in parte “rispolverati a nuovo” dai canali Digitali Terrestri, RAI e Mediaset si stanno avviando sul Viale del Tramonto. Mediaset ha chiuso i conti del primo trimestre 2014 in perdita di 12,5 milioni di euro e la Mondadori della stessa famiglia Fininvest con un rosso di 6,4, mentre il debito resta a valori altissimi sull’1,37 miliardi di euro. Era dal 2012, anno di profonda crisi, che la casa madre di Berlusconi non perdeva colpi così preoccupanti. Anche se nel 2013 le cose erano andate meglio, grazie soprattutto a una campagna di incentivazioni per l’esodo del personale e alla vendita del 25% del pacchetto azionario di EI Towers, ovvero le Torri del Biscione. Tramontata l’idea faraonica di ingrandirsi nelle TLC, grazie alla sua ventennale influenza politica derivata dal conflitto di interessi, Berlusconi ha dovuto fare marcia indietro dallo sbarco in Telecom Italia e nel business delle Torri per via dei contrasti con la spagnola Telefonica (socio di riferimento di Telecom) e lo stato critico del suo settore TV. Per questo ha girato negli emirati del Golfo ed è andato nel “buen retiro” di Putin in Russia, alla ricerca di partner finanziari e industriali, che potessero entrare nel capitale del suo gruppo, apportando linfa vitale sia alle TV sia al calcio, sia alla raccolta pubblicitaria. Gli ambienti finanziari parlano dell’interesse dei francesi di Vivendi e soprattutto di Al Jazeera, anche perché gli arabi del Golfo si vanno estendendo nel business del football continentale e in quello della TV Satellitare e Digitale Terrestre Premium. Così con i soldi ricavati dalla vendita delle Torri e dall’andamento del Digitale Premium (un milione di abbonati), Berlusconi spera di pagarsi anche le partite delle prossime edizioni della Champions League europea. Sempre che nel frattempo non arrivi il “cavaliere bianco”, ovvero lo sceicco d’Arabia, a rimpinguargli le casse esauste. La Borsa di Milano ci spera, visto come il titolo, nonostante le difficoltà, resti su valori alti (una media di 3,5 euro, mentre a fine 2011, quando Berlusconi si dimise da capo del governo, era scivolato tra 1,8 e 2 euro).
Se Milano piange, Roma si dispera. Anziché studiare una strategia complessiva per il riordino del mercato multimediale, delle TLC e del WEB, il governo Renzi ha preferito da una parte non disturbare gli Over-The-Top, bloccando la proposta di una tassazione sui loro utili realizzati in Italia (la cosiddetta “Google Tax”), apponendo la  giustificazione che a livello dell’Unione Europea non è stata ancora presa nessuna decisione (anche se Francia, Germania e Olanda hanno iniziato procedure in tal senso). Dall’altra, di fronte alla crisi finanziaria e industriale di Mediaset e alla rivoluzione continentale del settore, che sta lasciando mano libera ai “competitors” privati, ha girato la testa e ha sposato la versione demagogica della “RAI sprecona”, zeppa di orpelli, covo di dirigenti super pagati, incapace di riorganizzarsi a livello centrale e regionale. Ed ecco così la richiesta di un “sacrificio” alla “casta” RAI per 150 milioni, al grido di: “Ora tocca anche a voi!”.
Il governo attuale opera così una sorta di “esproprio proletario” a favore del fondo di solidarietà degli 11 milioni di percettori degli 80 euro mensili. Eppure, la RAI avanza dallo stato un credito dal 2005 valutato attorno ad 1,5 miliardi di euro; soffre di un’evasione dal canone di circa 500 milioni l’anno, senza che nessun governo vi ponga rimedio con riscossioni collegate alla bolletta elettrica o alla tassazione sugli immobili (metodi utilizzati dai principali paesi europei); non ha ricevuto un euro per l’ammodernamento tecnologico per trasformarsi in Digital TV. Ora, il presidente del consiglio che reputa la “RAI, TV di Stato”, servendosi di una dicitura abolita dal 1974, e non  “servizio pubblico”, impone una sua visione simile a quella degli esecutivi più deleteri in materia come Grecia,  Portogallo e Spagna, mentre giuristi, intellettuali, operatori del settore e forze politiche europee facenti riferimento ai socialdemocratici, ai liberaldemocratici e perfino ai popolari, stanno dibattendo sul nuovo ruolo dei Servizi Pubblici, sul loro ampliamento e su normative antitrust più stringenti nei confronti dei “competitors” privati.
Forse, Renzi non avrà finora fatto pressioni sulle nomine interne alla RAI o sui programmi, né ha proclamato “editti bulgari”, ma certo è stato il primo Presidente del consiglio che ne ha determinato le scelte finanziarie ed industriali, come se la più grande azienda culturale e multimediale del paese fosse un ospedale regionale o un settore della Pubblica amministrazione. Non è così, purtroppo per lui e i suoi consiglieri. La RAI fino a prova contraria opera in regime di mercato capitalistico, dove la concorrenza produttiva e tecnologica è spietata a livello nazionale e internazionale; i suoi proventi sono in parte considerevole frutto di investimenti pubblicitari privati; produce qualcosa di “immateriale”, come spettacoli, intrattenimento, fiction, film, informazione, educazione; segue normative europee e regole condivise con i soci dell’EBU/UER. L’Italia è l’unico paese europeo di “prima fascia” che non possiede una piattaforma unica per la TV Satellitare e un’altra per quella Digitale. E non si dica che oramai in Italia non c’è più il duopolio, perché ci sono oltre a RAI e Mediaset, anche SKY e La7! Basta rileggersi le ultime relazioni annuali del Presidente dell’AGCOM per capire l’anomalia italiana…
14 maggio 2014

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