mercoledì 30 luglio 2014

L'Unità chiude nel silenzio della politica

“Siamo tutti lettori e giornalisti de ‘l’Unità’”. Firmiamo l’appello su Change.org per salvare il quotidiano fondato da Gramsci

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Il 1° agosto cesseranno le pubblicazioni de “L’Unità“, storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci 90 anni fa. Lo hanno annunciato ieri gli stessi giornalisti del quotidiano sul sito www.unita.it. Le gravi difficoltà de “L’Unità” si aggiungono quelle de “il Manifesto” e di “Europa”, e altre testate cartacee.  Nel corso della cerimonia del Ventaglio, l’incontro annuale tra la stampa parlamentare ed il capo dello Stato, Alessandra Sardoni, presidente dei cronisti parlamentari, ha sottoposto a Giorgio Napolitano la difficile situazione dell’editoria italiana, facendo cenno proprio alla situazione de “l’Unità”.
Il Presidente della Repubblica ha sollecitato editori, giornalisti, organizzazioni professionali e istituzioni a difendere l’editoria in quanto il pluralismo è uno dei cardini della nostra democrazia.
Sono proprio le parole del Presidente della Repubblica a spingere un gruppo di giornalisti (Stefano Corradino, Alessio Falconio, Gian Mario Gillio, Giuseppe Giulietti, Paolo Petrecca, Giorgio Santelli, Roberto Secci, Vincenzo Vita – molti dei quali di Articolo21) a lanciare un appello sul sito Change.org rivolto simbolicamente al Capo dello Stato e a tutti quei soggetti realmente sensibili alla sorte di questa storica testata.
“Al di là della linea editoriale del giornale – prosegue l’appello – che ne ha fatto da sempre un organo di stampa legato prima all’esperienza culturale dei comunisti italiani e successivamente a un’area più vasta della sinistra, riteniamo che tutti i cittadini, al di là della loro appartenenza politica e culturale, debbano difendere l’esistenza del giornale. E ci auguriamo che questo sostegno arrivi anche da parte di imprenditori realmente sensibili. Difenderne la sua presenza in edicola significa sostenerlo con l’acquisto. E questo è il primo appello che lanciamo a tutti. Una crescita delle copie del giornale può renderlo appetibile ad eventuali editori, conservarne la presenza nel panorama editoriale, salvare l’occupazione di giornalisti e poligrafici.
Facciamo anche appello ai direttori e ai colleghi di ogni mezzo di informazione, televisiva, radiofonica, della carta stampata e on line, affinché, in questa situazione di difficoltà per la testata, si continuino ad ospitare i giornalisti de “l’Unità” negli spazi dedicati all’analisi ed al commento dei fatti.
Facciamo infine appello alle associazioni, ai partiti, ai movimenti politici ed ai loro massimi rappresentanti che rappresentano la cultura progressista del Paese, di farsi parte attiva per non cancellare un’esperienza editoriale che è parte della storia italiana”.

FIRMA LA PETIZIONE 

Primi firmatari:
Stefano Corradino
Alessio Falconio
Gian Mario Gillio
Giuseppe Giulietti
Paolo Petrecca
Giorgio Santelli
Roberto Secci
Vincenzo Vita

30 luglio 2014

    giovedì 24 luglio 2014

    Progetto "Fotoreporter del XXI secolo - Focus Sardegna



    Diamo conto per giusto dovere di informazione verso soci e simpatizzanti, dell'esito della richiesta di finanziamento, presentato alla Fondazione Banco di Sardegna, secondo termini e prescrizioni del Bando annuale di finanziamento delle attività culturali pubblicato dalla stessa Fondazione. 

    Il progetto, di cui alleghiamo un ampio stralcio, si proponeva di indagare, in tempi di grandi cambiamenti nel mondo editoriale, lo stato dell'arte del fotoreportage nell'Isola. Erano coinvolti alcuni dei migliori professionisti sardi.

    La richiesta di finanziamento è stata bocciata dall'Ente con le  seguenti motivazioni: 



    Preg.ma Dott.ssa Marina Spinetti 

    Presidente Associazione Asibiri 

    Via San Saturnino 7 09124 Cagliari (CA) 

    Progetto: FOTOREPORTER NEL XXI° SECOLO - Focus Sardegna


    ROL N° 5999  Coordinatore P.I. Enrico Pinna

    Il percorso di selezione e di valutazione delle richieste di contributo relative al Bando dello scorso gennaio si è appena concluso.


    In merito, spiace comunicare che la domanda per l’iniziativa di cui in oggetto ha avuto esito negativo.Ciò, in particolare, in conseguenza dell’esame complessivo dei dati e delle informazioni dei progetti e delle iniziative presentate, che ha visto una dimensione qualitativa e quantitativa delle domande significativamente maggiore rispetto ai bandi precedenti.


    Nell’attuale difficile congiuntura economica la Fondazione è orientata ad individuare tutte le possibili soluzioni per migliorare la propria azione sotto il profilo dell’efficienza e della trasparenza.In questa direzione si stanno definendo modalità operative finalizzate a segmentare e ad articolare maggiormente i prossimi bandi, ad anticiparne la pubblicazione e a velocizzarne il processo di valutazione ed esito.


    Con l’auspicio di ulteriori occasioni di incontro e collaborazione nel prossimo futuro, si porgono distinti saluti

    Fondazione Banco di Sardegna

    Sassari, 22 luglio 2014












    lunedì 14 luglio 2014

    Vittore Bocchetta su SardiniaPost

    Vittore Bocchetta: “Il Tribunale Russel e il dovere di prevenire l’odio”

    Articolo pubblicato il 14 luglio 2014
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    Al partigiano Vittore Bocchetta abbiamo proposto   – per la sua rubrica Testimone del nostro tempo – di commentare la richiesta, avanzata nei giorni scorsi a Roma da un gruppo di intellettuali e di politici, di avviare una nuova sessione del Tribunale Russel per accertare le responsabilità della morte di migliaia di migranti nel Mediterraneo. I promotori dell’iniziativa hanno paragonato la tragedia dei naufragi nel “mare nostrum” a quella dei desaparecidos argentini.  
    ll Tribunale Russell nacque nel 1966. Fu un’idea generosa e piena di speranza. A quei tempi lavoravo a saggio sul Processo di Norimberga e la nascita del Tribunale Russel in un certo senso arrivò “a proposito”. Erano tempi in cui l’opinione pubblica nordamericana, dopo la guerra in Corea cercava, come al solito, un nuovo nemico. Gli studenti cominciavano ad agitarsi e presto, a smascherare le ingiustizie, sarebbe arrivato il movimento del ’68.
    Personalmente di ingiustizie nel “Paese più democratico del mondo” ne ho visto tante, troppe: Ku Klux Klan, il maccartismo e la degenerazione dell’anticomunismo, poi dell’anticastrismo, dell’antimaoismo ecc. ecc… Ingiustizie antiche ed ingiustizie nuove. Una in particolare ha qualcosa a che fare con quanto accade nel Mediterraneo: la barriera eretta per impedire l’ingresso negli Usa dei migranti messicani e il loro rastrellamento. Ne ho visto alcuni catturati, spogliati dei loro pochi spiccioli, caricati su furgoni speciali e scaricati al di là della barriera di metallo del Rio Grande.
    L’idea pacifista di Bertrand Russell e il “processo” alla guerra nel Vietnam che fu avviato col suo Tribunale mi riempie ancora di entusiasmo. Ancora mi fa sperare che si possano creare strumenti per opporsi alle guerre. Ma temo che col tempo anche questo sogno svanirà e il Tribunale rischi di diventare una tribuna. E poi una passerella per tanti personaggi esimi.
    Ma immaginiamo che riprenda a funzionare e riesca a emettere una sentenza. Allora dobbiamo domandarci se questa sentenza sarà un atto di giustizia o di vendetta. E quale sarà la pena. E se alla fine i giudici saranno i vincitori o i vinti. E chi ne scriverà la storia: le vittime o gli esimi personaggi di cui parlavo? Intendo dire che l’idea di un Tribunale che giudichi delle guerre e dei crimini dell’umanità è giusta. Ma il mezzo più efficace per impedire le guerre e i crimini è prevenirli. Cioè prevenire l’odio.
    Ci sono però degli odi antichissimi, che certo non possono essere più prevenuti. Quello, per esempio, tra israeliani e palestinesi che possiamo far risalire al 624, sei secoli dopo la morte di Gesù, quando Maometto compì la strage di Badr. Ancora e sempre quell’odio brucia senza sosta e senza tregua e quando con l’odio si giunge, come avviene, al suicidio, non resta spazio a logica umana e nessun Tribunale può porvi rimedio.
    Vittore Bocchetta

    Da Blitz quotidiano:

    Informazione

    Diffamazione a mezzo stampa:
    dalla legge bavaglio al bavagliolo

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    Magari non sarà una nuova legge bavaglio, ma potrebbe comunque rivelarsi una legge bavagliolo, e contribuire comunque a peggiorare ulteriormente l’esercizio del diritto di cronaca, per altro un diritto che non ha mai entusiasmato le classi dominanti, a qualsiasi latitudine e di qualsiasi natura e colore. Ci riferiamo alla nuova legge sulla diffamazioneche, dopo l’approvazione da parte della Camera dei deputati, è ora all’esame del Senato. Negli anni scorsi, regnante Berlusconi, simili provvedimenti erano seguiti con grande attenzione dalla stampa, dalle opposizioni, dalle principali associazioni dei giornalisti. Questa volta, al contrario, un silenzio soffice ed avvolgente sembra circondare la discussione, quasi come se non si volesse disturbare il manovratore, magari per non incorrere in guai peggiori. Eppure, proprio su Blitz, Pino Nicotri, un giornalista serio e documentato, ha dimostrato quali e quanti siano i punti di rischio ancora presenti nel testo della legge.
    L’eliminazione del carcere per i cronisti, per altro espressamente richiesta dalla istituzioni europee, non può diventare lo schermo dietro il quale proiettare ben altri film. Il relatore del provvedimento Felice Casson sta ricercando un delicato equilibrio tra i valori racchiusi nell’articolo 21 della Costituzione e il diritto di ogni persona a veder rispettata la propria dignitá ed onorabilità.
    Gli emendamenti presentati, invece, vanno quasi tutti nella direzione dell’inasprimento delle pene e delle sanzioni pecuniarie,con l’introduzione di compensazioni destinate a scoraggiare il giornalismo d’inchiesta, soprattutto nelle realtà più difficili e nelle esperienze editoriali che non abbiano alle spalle banchieri, finanzieri, costruttori e cementieri. Come se non bastasse i siti editoriali dovrebbero essere equiparati, in materia di rettifica e di sanzioni, alle emittenti radiotelevisive, ignorando l’assoluta diversità dei processi organizzativi, produttivi, e delle stesse modalità di controllo dei continui aggiornamenti e persino dei commenti degli utenti a ciascun pezzo.
    Il giudizio critico è aggravato, anche e forse soprattutto, da quello che non si trova più nel testo a partire dalla mancanza di un qualsiasi efficace riferimento alle cosiddette “Querele temerarie”. Il querelante temerario è colui che usa lo strumento giudiziario non solo e non tanto per difendere la sua immagine violata, ma anche e soprattutto per intimidire e scoraggiare il cronista rompiscatole che decide di mettere il naso in uno dei tanti luoghi del malaffare nazionale e locale. A questo punto scatta, spesso anche in modo preventivo, la richiesta di risarcimenti milionari, la minaccia di sequestro, l’intimidazione ripetuta. La stragrande maggioranza di queste denunce viene archiviata, ma nulla accade al temerario, che, alla occasione successiva, reciterà lo stesso copione.
    Per questa ragione era stato proposto, in primo luogo dalla Fnsi e dalla Unione cronisti, di introdurre una sorta di pena del contrappasso che avrebbe costretto il ” Temerario” a pagare, in caso di archiviazione, una multa proporzionale al risarcimento richiesto. Nonostante impegni e promesse questo emendamento, già bocciato alla Camera, rischia di fare la stessa fine anche al Senato.
    Per queste ragioni, anche noi di Articolo 21, raccogliamo l’appello lanciato da Blitz a non abbassare la guardia e a riprendere una campagna per illuminare a giorno l’Iter di una legge che, allo stato attuale, non corrisponde alle ragioni e alle proposte che avevano animato un ampio e generoso fronte di impegno politico, civile,sindacale. Sarà il caso di riprendere l’iniziativa, anche per non dare la spiacevole sensazione che lo spirito critico sia una virtú da esercitare solo quando si tratta di “Governi nemici”.

    lunedì 7 luglio 2014

    Da Art. 21

    Interni

    Perugia, uomo spara all’ex convivente. Per i giornali sono (ancora) ‘motivi passionali’. Non abbiamo imparato proprio niente

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    È di oggi la notizia che non lontano da Perugia, a Ponte Vallaceppi, un uomo ha sparato in strada alla ex convivente, colpendo anche il figlio di tre anni e un’amica della donna, per poi tentare il suicidio. Sul fatto non ci sono particolari ma i giornali stando dando la notizia riprendendola dalle agenzie. Eppure, anche in uno scarno pezzo di 10 righe, numerose testate usano ancora la fatidica frase “motivi passionali” alla ricerca del movente, e non giornali o agenzie qualsiasi: Repubblica, l’Ansa, Tgcom24. E sembra di sentire quasi una vocina che sussurra: non abbiamo imparato niente, abbiamo scherzato quando parlavamo di femminicidio, e in realtà tutto sta tornando come prima. Anzi, direi che è già tornato perché la grande tentazione del comodo e agevole stereotipo comune a tutti, prende il sopravvento. Facendo zapping alla tv o sfogliando i giornali, possiamo trovare chi si concentra per capire il perché i peli trovati nel caso di Yara Gambirasio non siano quelli di Bosetti – unico indiziato – e chi invece continua a cercare i torbidi risvolti del caso Motta-Visconti: manca solo il plastico di Vespa a grandezza naturale con tanto di cadaveri, ferite e macchie di sangue, e il capolavoro è fatto. Lo stauts quo sul femminicidio quindi sembra ristabilito con una mossa gattopardiana in grande stile: il movimento che aveva portato avanti questa battaglia si è fortemente indebolito (anche per le solite inutili beghe interne); i media ne hanno parlato così tanto e troppo spesso in maniera inadeguata da risultare controproducenti; e il governo Renzi ha deciso di dare il colpo finale, rottamando il lavoro svolto (anche se male e per metà) dal precedente governo sul contrasto alla violenza sulle donne, non solo non nominando né una ministra delle pari opportunità né dandone delega, ma decidendo di lasciare carta bianca alle Regioni e consegnando loro la distribuzione del finanziamento stabilito per legge di 17 milioni di euro in due anni, sulla base di una mappatura non reale e con criteri illeggibili per i bandi, e in sostanza decretando la fine dei centri antiviolenza indipendenti, che avranno la modica cifra di 6.000 euro ciascuno.
    Che responsabilità ha l’informazione in questo enorme passo indietro? Come se fosse sordo o affetto di una forma di amnesia a breve termine, il giornalismo italiano – a parte alcune eccezioni – ha ripreso con grande disinvoltura a descrivere i casi di femmicidio e femminicidio come se fossero un romanzo d’appendice, una fiction a puntate tra horror e sadomaso, un po’ erotico e un po’ splatter. Senza sapere che non serve informare su leggi, manifestazioni, firme raccolte, premi e sfilate contro la violenza sulle donne, se poi i casi vengono presentati in maniera morbosa e accattivante, una storiella su cui avventurarsi in inutili descrizioni come: “Sette coltellate a gola e corpo. Dopo aver fatto l’amore. Dopo averle sussurrato parole dolci”. Forse i direttori (quasi tutti uomini in Italia) non controllano accuratamente quello che esce sulle testate che dirigono, o forse è preferibile tornare alla solita routine che schiaffa il mostro in prima pagina, perché quello continua a essere l’immaginario che “tira” il lettore. In realtà questo ritorno indietro risiede nel mancato cambiamento culturale che l’Italia non riesce a fare in nessun luogo, e quindi anche tra chi opera nell’informazione dove per fare un vero salto in avanti, non basta avere buone intenzioni inserendo qua e là qualche pezzo sulle donne, o mettendo qualche gonna nelle redazioni (senza esagerare nei ruoli decisionali), o cavalcando il momento dato che tutti parlano di femminicidio, ma è necessario un cambiamento radicale e il riconoscimento della responsabilità che si ha quando si lavora sulla narrazione della violenza sulle donne con tutto quello che ne consegue. Un Paese, l’Italia, che nel suo complesso sceglie di non proseguire in questa battaglia di civiltà, preferendo sostenere quella cultura dello stupro in cui continua a navigare a pieno titolo. E sostenere e praticare la cultura dello stupro, significa avere una responsabilità doppia se si tratta di comunicatori della comunicazione che si rivolgono a milioni di utenti.
    Semplicemente su Wikipedia si può leggere che la “Cultura dello stupro è il termine usato a partire dagli studi di genere[1][2][3] e dalla letteratura femminista[4], per analizzare e descrivere una cultura nella quale lo stupro e altre forme di violenza sessuale sono comuni, e in cui gli atteggiamenti prevalenti, le norme, le pratiche e atteggiamenti dei media, normalizzano, giustificano, o incoraggiano lo stupro e altre violenze sulle donne”. Patricia Donat e John D’Emilio definiscono la cultura dello stupro (in “Transforming a Rape Culture”) come: «un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse». Ed è proprio su questa normalizzazione interna alla cultura dello stupro che è interessante soffermarsi dato che in Italia sul femminicidio si è passati attraverso un’esagerazione forzata, e per lo più priva di competenza, a una regressione graduale, fino poi alla normalizzazione totale. Una manovra che ha un nome preciso: strumentalizzazione, che in questo caso è stata fatta sui corpi delle donne, i nostri.
    Per questo, e per riflettere su quanto succede in questo momento, propongo il saggio “Femminicidio: per un’informazione che superi la rivittimizzazione mediatica”, pubblicato all’interno della rivista internazionale di studi sociologici “M@gm@” e presentato pochi giorni fa all’Università La Sapienza di Roma, in cui si sviluppa la narrazione della violenza contro le donne nei media d’informazione e il loro impatto sociale. L’ho scritto a settembre, quando ancora non immaginavo quello che sarebbe successo dopo, ed è interessante come alle porte dell’applicazione della Convezione di Istanbul sulla violenza contro le donne e la violenza domestica (che scatterà il 1° agosto), l’Italia si trovi paradossalmente più indietro rispetto a un po’ di tempo fa e che alla fine, malgrado l’interlocuzione con le istituzioni, nulla di quello che è scritto qui è stato anche lontanamente attuato.