lunedì 7 luglio 2014

Da Art. 21

Interni

Perugia, uomo spara all’ex convivente. Per i giornali sono (ancora) ‘motivi passionali’. Non abbiamo imparato proprio niente

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È di oggi la notizia che non lontano da Perugia, a Ponte Vallaceppi, un uomo ha sparato in strada alla ex convivente, colpendo anche il figlio di tre anni e un’amica della donna, per poi tentare il suicidio. Sul fatto non ci sono particolari ma i giornali stando dando la notizia riprendendola dalle agenzie. Eppure, anche in uno scarno pezzo di 10 righe, numerose testate usano ancora la fatidica frase “motivi passionali” alla ricerca del movente, e non giornali o agenzie qualsiasi: Repubblica, l’Ansa, Tgcom24. E sembra di sentire quasi una vocina che sussurra: non abbiamo imparato niente, abbiamo scherzato quando parlavamo di femminicidio, e in realtà tutto sta tornando come prima. Anzi, direi che è già tornato perché la grande tentazione del comodo e agevole stereotipo comune a tutti, prende il sopravvento. Facendo zapping alla tv o sfogliando i giornali, possiamo trovare chi si concentra per capire il perché i peli trovati nel caso di Yara Gambirasio non siano quelli di Bosetti – unico indiziato – e chi invece continua a cercare i torbidi risvolti del caso Motta-Visconti: manca solo il plastico di Vespa a grandezza naturale con tanto di cadaveri, ferite e macchie di sangue, e il capolavoro è fatto. Lo stauts quo sul femminicidio quindi sembra ristabilito con una mossa gattopardiana in grande stile: il movimento che aveva portato avanti questa battaglia si è fortemente indebolito (anche per le solite inutili beghe interne); i media ne hanno parlato così tanto e troppo spesso in maniera inadeguata da risultare controproducenti; e il governo Renzi ha deciso di dare il colpo finale, rottamando il lavoro svolto (anche se male e per metà) dal precedente governo sul contrasto alla violenza sulle donne, non solo non nominando né una ministra delle pari opportunità né dandone delega, ma decidendo di lasciare carta bianca alle Regioni e consegnando loro la distribuzione del finanziamento stabilito per legge di 17 milioni di euro in due anni, sulla base di una mappatura non reale e con criteri illeggibili per i bandi, e in sostanza decretando la fine dei centri antiviolenza indipendenti, che avranno la modica cifra di 6.000 euro ciascuno.
Che responsabilità ha l’informazione in questo enorme passo indietro? Come se fosse sordo o affetto di una forma di amnesia a breve termine, il giornalismo italiano – a parte alcune eccezioni – ha ripreso con grande disinvoltura a descrivere i casi di femmicidio e femminicidio come se fossero un romanzo d’appendice, una fiction a puntate tra horror e sadomaso, un po’ erotico e un po’ splatter. Senza sapere che non serve informare su leggi, manifestazioni, firme raccolte, premi e sfilate contro la violenza sulle donne, se poi i casi vengono presentati in maniera morbosa e accattivante, una storiella su cui avventurarsi in inutili descrizioni come: “Sette coltellate a gola e corpo. Dopo aver fatto l’amore. Dopo averle sussurrato parole dolci”. Forse i direttori (quasi tutti uomini in Italia) non controllano accuratamente quello che esce sulle testate che dirigono, o forse è preferibile tornare alla solita routine che schiaffa il mostro in prima pagina, perché quello continua a essere l’immaginario che “tira” il lettore. In realtà questo ritorno indietro risiede nel mancato cambiamento culturale che l’Italia non riesce a fare in nessun luogo, e quindi anche tra chi opera nell’informazione dove per fare un vero salto in avanti, non basta avere buone intenzioni inserendo qua e là qualche pezzo sulle donne, o mettendo qualche gonna nelle redazioni (senza esagerare nei ruoli decisionali), o cavalcando il momento dato che tutti parlano di femminicidio, ma è necessario un cambiamento radicale e il riconoscimento della responsabilità che si ha quando si lavora sulla narrazione della violenza sulle donne con tutto quello che ne consegue. Un Paese, l’Italia, che nel suo complesso sceglie di non proseguire in questa battaglia di civiltà, preferendo sostenere quella cultura dello stupro in cui continua a navigare a pieno titolo. E sostenere e praticare la cultura dello stupro, significa avere una responsabilità doppia se si tratta di comunicatori della comunicazione che si rivolgono a milioni di utenti.
Semplicemente su Wikipedia si può leggere che la “Cultura dello stupro è il termine usato a partire dagli studi di genere[1][2][3] e dalla letteratura femminista[4], per analizzare e descrivere una cultura nella quale lo stupro e altre forme di violenza sessuale sono comuni, e in cui gli atteggiamenti prevalenti, le norme, le pratiche e atteggiamenti dei media, normalizzano, giustificano, o incoraggiano lo stupro e altre violenze sulle donne”. Patricia Donat e John D’Emilio definiscono la cultura dello stupro (in “Transforming a Rape Culture”) come: «un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse». Ed è proprio su questa normalizzazione interna alla cultura dello stupro che è interessante soffermarsi dato che in Italia sul femminicidio si è passati attraverso un’esagerazione forzata, e per lo più priva di competenza, a una regressione graduale, fino poi alla normalizzazione totale. Una manovra che ha un nome preciso: strumentalizzazione, che in questo caso è stata fatta sui corpi delle donne, i nostri.
Per questo, e per riflettere su quanto succede in questo momento, propongo il saggio “Femminicidio: per un’informazione che superi la rivittimizzazione mediatica”, pubblicato all’interno della rivista internazionale di studi sociologici “M@gm@” e presentato pochi giorni fa all’Università La Sapienza di Roma, in cui si sviluppa la narrazione della violenza contro le donne nei media d’informazione e il loro impatto sociale. L’ho scritto a settembre, quando ancora non immaginavo quello che sarebbe successo dopo, ed è interessante come alle porte dell’applicazione della Convezione di Istanbul sulla violenza contro le donne e la violenza domestica (che scatterà il 1° agosto), l’Italia si trovi paradossalmente più indietro rispetto a un po’ di tempo fa e che alla fine, malgrado l’interlocuzione con le istituzioni, nulla di quello che è scritto qui è stato anche lontanamente attuato.

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