giovedì 30 ottobre 2014

Vittore Bocchetta: I manganelli della polizia a Roma. E quel’incubo che continua a riproporsi…


Vittore Bocchetta su Sardinia Post:

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Fine ottobre 2014. “Scontri al corteo Ast, il video della polizia: Volevano occupare stazione Termini” (La Repubblica, 30 ottobre 2014).
Di nuovo, o di seguito? Qui la mia memoria è risvegliata da un costante, ripetuto, incubo. Ho paura! Continuo da quasi un secolo a svegliarmi da un sogno ripetitivo. Il risveglio mi riconforta quasi sempre: suvvia quei tempi son passati!
Ma un giorno, 13 anni fa, nel 2001, l’incubo è ritornato: sono a Genova nella palestra della scuola Diaz. Rivivo il mio primo arresto senza causa del 1941, poi la serie consecutiva, gli interrogatori, il nervo di bue e il KZ germanico.
Poi mi risveglio: meraviglioso! Si tratta solo di un altro incubo, io sono ancora io, ma poi, dopo molto tempo, arriva fredda e blanda la consolazione di una tardiva sentenza “educativa” che può forse restituirci il sonno. Forse la lezione vale lo sconforto.
Ma ecco di nuovo il sogno che si ripete. Come è possibile?
Cercare i valori quando ti svegli non serve a nulla se devi tornare a dormire.
Chi erano gli squadristi del manganello? Figli di contadini? Chi sono gli agenti col manganello? Figli dei figli di quei contadini? Sono stanco, devo dormire, ma ho paura di sognare di nuovo.
Vittore Bocchetta

mercoledì 22 ottobre 2014

“Tracce di verità, il giornalismo di inchiesta sulla strada di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” è l’incontro che aprirà il festival venerdì 24 ottobre alle 18.30, organizzato in collaborazione con l’associazione Asibiri.

‘I libri aiutano a leggere il mondo’, a Cagliari il festival della lettura. Venerdì la storia di Ilaria Alpi

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Ilaria Alpi e il suo collega operatore Miran Hrovatinindagavano su corruzione, traffico d’armi e smaltimento illegale di rifiuti in Somalia quando vennero freddati a Mogadiscio ormai vent’anni fa. La morte della giornalista italiana ha sconvolto l’opinione pubblica del paese in quegli anni ma il caso per la giustizia italiana non è mai stato chiuso: una verità giudiziaria scomoda per i rapporti tra Italia e Somalia, un omicidio dai risvolti inquietanti e misteriosi insabbiato troppo in fretta. Sulla storia della Alpi e di Hrovatin indaga da anni il giornalista e scrittore Francesco Cavalli che da pochi mesi ha pubblicato il romanzo “La strada di Ilaria” edito da Milieu Edizioni.
A questa triste vicenda è dedicato l’evento di apertura del festival ‘I libri aiutano a leggere il mondo’, progetto itinerante di invito alla lettura oggi alla sua quinta edizione. Il programma, organizzato a Cagliari tra 24 e 25 ottobre dall’associazione isolana Malik, prevede incontri e spettacoli tra la sala conferenze del Consorzio Parco Molentargius Saline, la Mediateca del Mediterraneo e l’Hostel Marina sul tema “La vita, per esempio“: “La crisi che ha investito l’occidente, esplosa nel 2008, è stata profonda e totalizzante e pare non essersi esaurita – scrivono gli organizzatori del Festival. La società civile, capace di sperimentare altri modelli, assume una funzione centrale nell’elaborazione di nuove forme di democrazia e di evoluzione culturale. ‘La vita, per esempio’, nuova edizione della manifestazione, pone una riflessione sulla possibilità di innescare processi di innovazione sociale attraverso le azioni dei cittadini, che possono, a volte, ispirarsi alle esperienze e al lavoro difigure speciali. La narrazione e condivisione delle opere e del lavoro di persone che hanno condotto o conducono un’esistenza esemplare o rivoluzionaria e lungimirante, rispettosa dei diritti civili e dell’ambiente, trovano qui un posto prioritario per una rilettura profonda, per valorizzarne il pensiero, attualizzandolo e ispirare nuove iniziative socioculturali capaci di creare un terreno ottimale sul quale l’innovazione sociale si possa attivare per imprimere cambiamenti effettivi”.
Primo appuntamento dunque dedicato alla figura della giornalista italiana uccisa in Somalia: “Tracce di verità, il giornalismo di inchiesta sulla strada di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” è l’incontro che aprirà il festival venerdì 24 ottobre alle 18.30, organizzato in collaborazione con l’associazione Asibiri. Saranno presenti l’autore del libro Francesco Cavalli e Giovanni Maria Bellu, che nella sua attività giornalistica si è occupato di inchieste e misteri italiani. L’attrice veneta Giorgia Penzo presenterà una performance ispirata alle pagine del romanzo.
GUARDA IL BOOK TRAILER “LA STRADA DI ILARIA”
La serata proseguirà con “Letture di Gusto”, aperitivo con i prodotti enogastronomici del territorio e lo spettacolo “Avevi ragione Woody! Un viaggio nell’America di Woody Goothrie” della compagnia Le Voci del Tempo.
Il giorno successivo, sabato 25 ottobre appuntamenti alla Mem di via Mameli: dalle 9 il laboratorio “My face My book” con Francesco Cavalli, Marco Peroni, Giuseppe Caboni, Giorgia Penzo e Rita Atzeri. Seguirà l’editing finale dei partecipanti al laboratorio “Cagliari City Portrait”, interverrà il fotografo Dario Coletti. Di sera dalle 17 si parla di “Franco Basaglia e la società possibile” con Peppe Dell’Acqua, Daniele Piccione e Oreste Pivetta, a seguire teatro di narrazione con “El dotor de mati, storia di un neurologo a Venezia, dalle fondamenta alla legge Basaglia” con Claudia Fontanari e Sara Greco Valerio.
Alle 19, “Il superlativo di amare – una rilettura dell’epistolario del grande scrittore argentino Julio Cortazar” con Sergio Garufi e Claudia Sarritzu, appuntamento realizzato in collaborazione con il festival Leggendo Metropolitano.
Si chiude all’Hostel Marina con lo spettacolo “The Man Who Sold the World. Viaggio nell’Italia di Andrea Pazienza” a cura di Le Voci del Tempo, introduce Bepi Vigna.

venerdì 17 ottobre 2014

Vittore Bocchetta: “Le combattenti curde e l’eroismo della semplicità”

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Questa settimana, la domanda della rubrica Testimone del nostro tempo del partigiano Vittore Bocchetta, scaturisce dalla valanga di pessime notizie che ci arrivano dall’estero. Eccola.
Tutti i giorni seguiamo con passione e angoscia le vicende dell’avanzata dei tagliagole dell’Isis, l’esercito del cosiddetto Stato islamico. Giungono regolarmente notizie di interi battaglioni dell’esercito iracheno che se la danno a gambe alla sola vista della bandiera nera. Le donne curde sono molto più coraggiose dei soldati regolari di tanti eserciti in fuga.  Il problema dei soldati regolari che non sanno o non vogliono combattere è ormai mondiale. Che succede?
“Che succede? Intanto voglio dire che, con davanti agli occhi quelle immagini di sangue e di dolore, spero che queste assurde bestialità finiscano al più presto. Ho vissuto e non ho mai dimenticato le cataste di essere umani prodotte del feroce cinismo nazista. Mi hanno così tanto assuefatto alla morte che le commemorazioni funebri mi lasciano impassibile. E temo che quella che è in me assuefazione al dolore possa sfociare in un sentimento collettivo di assenza di pietà. Non so se verrà mai il tempo in cui la memoria di quelle stragi ci aiuterà ad arrivare alla conclusione che non si debbano più ripetere, anziché a considerarle fatti che devono ciclicamente riproporsi nella storia”.
“Intanto, mentre mi pongo queste domande, il presente mi smentisce: si continua a uccidere per uccidere. Poi, un giorno, anche questa assurda vicenda dello Stato islamico diventerà storia, e saranno ricordati gli eroi e le vittime. Ma quanto sarà ricordata quella donna curda che si è fatta saltare in aria per impedire l’avanzata dei miliziani che volevano sterminare il suo popolo? Chissà. Ripenso alle donne della nostra Resistenza. Così poco ricordate, in confronto ai partigiani maschi, rispetto a quanto fecero per liberare l’Italia. E mi chiedo se succederà lo stesso. Temo di sì, temo che anche la memoria di quella donna eroica si appannerà. Per la semplice ragione che, come tutte le donne, ha compiuto il suo gesto eroico con semplicità, come si assolve a un’incombenza familiare, perché era una madre che pensava ai suoi figli. Ecco, il giorno in cui riusciremo a ricordare l’eroismo della semplicità, allora potremmo dire di essere a una svolta”.
Vittore Bocchetta

giovedì 9 ottobre 2014

Da Art. 21: La strage dei giornalisti in Russia

Russia, la strage dei giornalisti

anna Politkovskaja
Ulica Lesnaja, la via dei boschi, è a ridosso del centro, traffico caotico, gente che va (perchè?) sempre di corsa. I boschi non ci sono più da secoli. Al numero 8/12 non si meravigliano se arriva una telecamera: in genere sono stranieri, i russi vengono qui giusto una volta l’anno, il 7 ottobre, a ogni anniversario. Anna Politkovskaja abitava al sesto piano. Quella sera era piena di buste della spesa, era passata dal supermercato al ritorno dal giornale: le aveva appena poggiate davanti all’ascensore quando un killer ha spezzato la sua vita e la speranza di libertà nella nuova Russia. Rivedo emozionato tutto quello che avevo visto infinite volte: la farmacia sotto casa, il supermercato, la stazione della metropolitana per la Bielorussia, il portone con il codice. C’è una targa all’ingresso che ricorda il posto del suo sacrificio: nessuna parola in più, semplicemente “qui abitava…” ed è già un miracolo in un Paese dove due cronisti la settimana scorsa sono stati pestati a sangue, fortunatissimi perchè normalmente spariscono. Salgo quei gradini, mi fermo davanti al punto esatto, dove è morta, sto qualche minuto in silenzio a renderle omaggio. Anna l’avevo conosciuta due anni prima a Francavilla, per il premio dedicato ad Antonio Russo un cocciuto cronista abruzzese che aveva pagato anche lui con la vita la denuncia delle infamità di Putin in Cecenia. Mi si accappona la pelle, recuperando i ricordi. Gentile, discreta, sorridente sembrava una tranquilla signora della nuova società moscovita. E invece era una cronista cocciuta, senza paura. Talmente brava che per farla star zitta l’hanno dovuta uccidere.
La cifra è agghiacciante. Il sito della Fondazione in Difesa della Glasnost che tiene aggiornata la lista dei giornalisti uccisi o scomparsi, fornisce una statistica drammatica: negli ultimi vent’anni sono stati uccisi in Russia quasi trecento reporter: esattamente 294 tra giornalisti, fotografi e operatori radiotelevisivi, almeno un terzo nell’era Putin.  Alto anche il numero dei giornalisti che sono scomparsi senza lasciare tracce, compresi numerosi stranieri tra i quali il freelance italiano Antonio Russo, il cui corpo fu rinvenuto il 16 ottobre 2000, orribilmente torturato, nelle vicinanze di Tbilisi, capitale della Georgia.
Fra le vittime, anche l’erede di Anna Politkovskaya,  uccisa in un agguato insieme a un avvocato icona della lotta per i diritti civili: Anastasia Baburova, venticinquenne praticante della Novaya Gazeta. La Politkovskaya, massima espressione in Russia del giornalismo investigativo, è stata la quinta vittima infatti in un decennio, dello stesso giornale di opposizione.  I giornalisti del quotidiano si trovano in uno stato di depressione palpabile non tanto perché hanno perso alcune delle firme migliori e degli amici più stretti, quanto perché cominciano ad avere il dubbio sul fatto che tutti i loro sforzi – rischiare la loro vita per raccontare ai loro lettori più di quello che trapela dalle fonti ufficiali – importino veramente a qualcuno. “I giornalisti non hanno la sensazione che ai lettori interessi quello che stanno facendo”, ammette amaramente Serghei Sokolov, vicedirettore del giornale. “Dopo aver appreso la notizia della morte di Anna – sottolinea Sokolov – siamo stati sopraffatti da una nube scura e dalla depressione. I nostri veterani hanno cominciato a temere se, nonostante tutto, non fosse necessario chiudere il giornale. Avevamo preso in considerazione seriamente la possibilità di chiudere e lo avremmo fatto se non avessimo ceduto alle forti pressioni delle giovani leve del nostro staff”. Ma i giornalisti adesso non corrono rischi solo con i servizi segreti, come ai tempi del comunismo, ma anche con i poteri forti, gli oligarchi, i gruppi criminali e i piccoli ras locali che ricorrono al terrore per restare al potere.
*Fonte:“Mafija”, Roundrobineditrice, 2014