domenica 30 novembre 2014

I GIORNALISTI RACCONTANO SE STESSI. REPORTAGE IN PUBBLICO DI “ASIBIRI”

















“Professione reporter, un reportage in pubblico”. Così la locandina dell'associazione “Asibiri, per l'ecologia dell'informazione”, annuncia l'evento che si terrà a Cagliari venerdì 5 dicembre alle ore 17,30 presso il Centro Comunale d'Arte e Cultura "Il Ghetto” in Via Santa Croce 18.

Ma cosa è un “reportage in pubblico”? Niente di speciale. Semplicemente alcuni giornalisti realizzeranno – in diretta e in pubblico – un reportage sulla loro professione. 

Non si parlerà in astratto del giornalismo e della sua crisi, ma si racconteranno fatti, si illustreranno dati. 

I “servizi” di questo reportage saranno realizzati da reporter di fama: Carlo Bonini, di Repubblica, Pietro Suber, di Canale 5, e Pablo Sole, di Sardinia Post. A coordinare il reportage per l'associazione Asibiri sarà Giovanni Maria Bellu

Di solito i giornalisti parlano degli altri, più raramente di se stessi. E quando lo fanno, non sono molto diversi da altri professionisti: ragionano attorno al contratto di lavoro, alle pensioni, all'assistenza sanitaria. A volte – ma meno spesso – di libertà di stampa.

Questa volta alcuni giornalisti parleranno di se stessi. Di vicende che sono ben note – e discusse – nella categoria, ma poco note alle generalità dei cittadini. Carlo Bonini e Pietro Suber erano, fino a qualche settimana fa, membri del consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti. Si sono dimessi dopo la decisione di reintegrare nella categoria Renato Farina, noto anche come “agente Betulla”, che era stato radiato. 


Si parlerà di questa vicenda e  di altre. Come dello strano caso di un consigliere dell'ordine nazionale che svolge, accanto a quella di giornalista, l'attività di imitatore. E si parlerà anche delle vicende sarde, con dati e storie attorno alla relazione tra pubbliche istituzioni e mondo editoriale.



sabato 15 novembre 2014

Vittore Bocchetta, i 96 anni di un eroe normale














Il nostro amico e collaboratore Vittore Bocchetta, nato a Sassari il 15 novembre del 1918, compie oggi gli anni. Questi gli auguri di Marina Spinetti e di tutti noi. Ne siamo certi, anche a nome dei lettori di Sardinia Post.
Vittore Bocchetta compie oggi 96 anni. Una “vita contro”, la sua, recita il titolo di una recente biografia di Giuliana Adamo; una vita “per”, sintetizzo io, dopo aver conosciuto, dapprima attraverso le sue opere e poi personalmente, questo anziano giovanotto.
Una vita per la libertà, ogni giorno, senza soluzione di continuità, per la libertà “prima e dopo”, per citare il titolo di uno dei suoi testi, in cui Vittore Bocchetta suggella, a distanza di tanti decenni, la sua personale e straordinaria esperienza appunto del «prima», del «dopo»; cioè di quei lunghi anni di emergenza e di lotta contro il nazifascismo, ma anche del dopo, contro la conformistica o ideologica abiezione di sé del dopoguerra: l’adolescenza primi anni Trenta in una Cagliari tra altoborghese e aristocratica, le giovanili peregrinazioni fra Italia e Libia, l’ingaggio intellettuale veronese, il carcere fascista, la tortura, l’affondamento esistenziale nei Lager di Flossenbürg ed Hersbruck, la resurrezione amara e la disillusione politica nell’oscuro mattino del dopoguerra, una motonave, infine, per le Americhe.
Mi colpì molto, quando gli parlai la prima volta, il racconto della sua breve permanenza in Italia nel dopoguerra. Chiamato infatti a far parte da indipendente di quella “Commissione di epurazione” che aveva il compito di rimuovere dagli uffici pubblici i personaggi compromessi col regime, non ne condivide da subito la “prudenza” e, disgustato dal riemergere in ruoli chiave di personaggi compromessi col regime, lascia l’Italia nel 1949. Va prima in Argentina e in Venezuela (dal 1949 al 1958), poi negli Stati Uniti, a Chicago (dal 1958 al 1986).
Non si adeguò ad una la politica che agiva già da allora demagogicamente, come una lente deformante. Una politica che si dimenticò di tutto quasi subito. Quasi subito si cominciò a ragionare non su quanto si doveva fare, ma su ciò che si poteva avere, dopo tanto dolore. E allora partì per restare libero. Per tenere in piedi e poter continuare a percorrere quel ponte macilento tra i grandi principi e la loro applicazione quotidiana. Partì per dire il suo no a quello strano modo in cui si diceva di ricordare, dimenticando invece tutto.
Avrebbe potuto fare anche lui semplice turismo della memoria da una posizione di prestigio. Avrebbe potuto fare del suo passato, come molti, una carriera politica. Ma scelse la via della della libertà senza compromessi. L’unica via per essere legittimato a ricordare veramente: cercare di capire l’inconcepibile senza concludere mai la ricerca e, nello stesso tempo, agire prima che accada, perché a nessuno accada mai più.
Vittore Bocchetta vive la responsabilità dell’essere superstite, sa che Auschwitz è arrivata perché migliaia di persone che sapevano si sono rifiutate di porsi il problema della loro responsabilità:  complici che non hanno ucciso, ma hanno permesso che il sistema dell’annientamento funzionasse. E, nel dopoguerra, altri complici che hanno contribuito all’annientamento della memoria. Far comprendere questi aspetti significa trovare gli elementi per costruire il nostro domani; per questo Vittore oggi frequenta con disperata speranza le aule magne delle scuole piuttosto che gli scranni del Parlamento. Perché è un insegnante, e sa bene che più importante della consegna di grandi eventi alla storia sono solo gli esempi di vita che confluiscono in altre vite.
Noi oggi siamo ben lontani dall’essere il paese beato evocato da Brecht che non ha bisogno di eroi. Siamo piuttosto, per citare Vittore, “un paese complicato che è stato capace di precipitare dal Rinascimento al fascismo e dai Ragguagli del Parnaso di Traiano Boccalini al “Popolo d’Italia di Benito Mussolini”, perciò abbiamo un gran bisogno di “eroi” come lui, capaci di praticare l’eroismo della quotidianità.
In un momento storico di sedicenti leader dall’ego ipertrofico abbiamo bisogno di eroi normali come Vittore, che ritagliano difficili spazi di generosità verso gli altri, che lottano perché sentono di far parte di qualcosa di più grande che una loggia, un’azienda o un partito, che abbandonano l’egocentrismo in favore del sociocentrismo e che hanno come unica stella polare la salute e il benessere della collettività.
In un momento storico in cui la politica non offre esempi da seguire, e quelli del passato sembrano inavvicinabili, Vittore ci richiama alla responsabilità di un eroismo possibile e doveroso, che può e deve essere praticato quotidianamente ed è alla portata di tutti.
In un momento di eterno presente, esiguo quanto le dichiarazioni fresche di giornata del politico di turno, ci testimonia quell’esemplarità che si perpetua nel tempo solo a patto che vi sia sempre chi la incarni in atteggiamenti coerenti.
Quasi un secolo trascorso nella difficile, scomoda e coraggiosa affermazione della libertà, senza indulgenza alcuna ai compromessi, merita di essere festeggiato come esempio di gioventù, in questi strani tempi in cui imperversa una retorica del giovanilismo che è invece cosa vecchia. Molto vecchia, visto che ci si dimentica che sono circa 100 anni che si sente inneggiare alla “giovinezza” in regimi totalitari.
Auguri Vittore, e grazie per tutto quello che fai per questi strani tempi. E soprattutto per il fatto di ricordarci che la libertà non è un qualcosa che si deve avere, ma qualcosa che si deve fare. Ogni giorno.
Marina Spinetti

venerdì 14 novembre 2014

Minacce ad Abbate: “Er sistema” intollerante al giornalismo d’inchiesta. Da Art. 21


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di Edoardo Levantini*
Il giornalista Carlo Bonini racconta su La Repubblica delle recenti gravi intimidazioni nei confronti del collega dell’Espresso Lirio Abbate.Già sotto scorta per le sue inchieste sui clan di cosa nostra e sui loro legami con un pezzo d’economia e politica siciliana. Martedi sera – racconta Bonini- l’auto blindata di scorta di Abbate è pedinata, gli agenti addetti alla tutela del giornalista reagiscono al pedinamento e riescono,con grande abilità, a bloccare uno dei due uomini che segue la vettura blindata. Solo due mesi fa nei pressi della redazione dell’Espresso viene ritrovata una vettura, rubata, con un proiettile ed un biglietto per Abbate.
Lirio Abbate è autore di diverse inchieste sulla Roma criminale (fra le altre, Espresso 12 dicembre 2012) rimarrà alla storia quella sui quattro Re di Roma: Michele Senese, Carmine Fasciani, Giuseppe Casamonica e Massimo Carminati. Fasciani dopo decenni di arresti domiciliari come “malato terminale” finalmente è chiamato a rispondere, in regime di detenzione del 41 bis, di aver costituito e diretto un’associazione mafiosa operativa in Ostia. Fasciani attende la sentenza prevista per dicembre. Michele Senese detto “o pazzo” scampato, indenne, da diversi procedimenti penali. Fino a poco tempo fa anche Senese era “malato” ed inadatto al carcere ora è detenuto e condannato – in primo grado – all’ergastolo come mandante del delitto di Giuseppe Carlino: un omicidio, compiuto nel settembre del 2001, con modalità mafiose dice la sentenza di primo grado. E poi c’è Massimo Carminati ex esponente politico del Msi, ex terrorista Nar ex appartenente alla Banda della Magliana.Cervello fino, uomo di poche parole ma di grande affidabilità dicono di lui tutti i collaboratori di giustizia della banda della Magliana.
Uomo di “cultura politica e criminale” aggiungeva qualche magistrato negli anni Novanta. Perde un occhio in uno scontro a fuoco con gli uomini della Digos e dell’Ucigos mentre tenta di espatriare in Svizzera carico di denaro e gioielli. E’ il 21 aprile del 1981 e quella data gli cambia la vita. Negli anni Novanta è al centro dei misteri d’Italia uno per tutti il delitto del giornalista Mino Pecorelli, è accusato dagli ex compari della Magliana di essere uno degli assassini di Pecorelli. Da quest’accusa sarà assolto, come da altre che lo vedono arrestato alla fine degli anni Novanta assieme a vecchi amici.
Tutto questo accade mentre ad Ostia – per la prima volta – viene arrestato assieme ad un esponente della famiglia Spada un ex dirigente di alto rango del municipio con l’Accusa di aver commesso reati aggravati da modalità mafiose. Si affacciano negli atti giudiziari anche nella Capitale le contiguità tra pezzi delle amministrazioni locali e delle organizzazioni criminali. Tutto questo però sembra interessare assai poco la classe dirigente della Capitale, che rimane affaccendata in altre questioni.

lunedì 10 novembre 2014

Da art. 21 l'informazione all'italiana

Lavoratori e Art.18. L’informazione oscurata

articolo18
Ci sono in piazza centomila lavoratori di tutti i settori pubblici?  Basso pagina, richiamo in prima, magari quasi nascosto. Quando va bene e al Corriere della sera non va bene ed evita anche  il richiamo. Certo c’è la notizia delle dimissione di Napolitano. Lui non le ha date, neppure le ha annunciate. Ne ha parlato Repubblica e diventa l’apertura di tutti i giornali. Se fossimo maligni dovremmo dire che buttare là questa notizia era chiaro che oscurava tutto ciò che avviene nel nostro paese, nel sociale. E noi siamo maligni. Del resto c’è una specie di caccia alle streghe, un  dagli all’untore che sprizza dalle pagine dei giornali, carta stampa,a televisione, radio. Presa di mira è la Cgil, il segretario generale  Susanna Camusso,  ci sarebbe una incompatibilità di carattere, lei proverebbe una antipatia per Matteo  Renzi. Lo scrivono giornalisti professionisti, non ragazzini. Insomma il più grande sindacato militerebbe milioni di lavoratori per una questione di pelle. E quando va bene si dice che lo fa perché costretta a fare concorrenza al rude  Maurizio Landini, una volta definito pappa e ciccia con il segretario del Pd che ora invece dice non prende ordini dal Pd. E sempre viene fuori l’articolo 18, il totem, il tabù.
Il coro di un giornalismo straccione che rinuncia ad informare
Ma lasciate perdere, interessa poche migliaia di lavoratori. Il  giornalista professionista sa bene, basta leggere le statistiche, che interessa quasi sette milioni di lavoratori. E sulla scia di Renzi domanda alla Cgil dove eravate, perché la tutela non riguarda tutti. Meraviglia in questo coro straccione l’intervento di Scalfari che conclude l’editoriale domenicale dove, giustamente ci pare richiama la Carta dell’Unione europea che all’articolo 30 prevede il ricorso di ogni lavoratore contro licenziamenti ingiustificati. Ma citiamo testualmente: “La Cgil dovrebbe semmai estendere l’articolo 18 a tutti i lavoratori quale sia il loro specifico contratto di categoria”. Non si può che rimanere basiti. L’articolo 18 fa parte di una legge dello  Stato e  Susanna Camusso non ha ancora i poteri di promulgare leggi dello Stato.  Non crediamo che Scalfari sia così ingenuo da pensare che in una trattativa  con le associazioni dei piccoli imprenditori  si possa inserire nei contratti una clausola che riguarda l’articolo 18. E’ problema dello Stato, dei governi, del Parlamento.  Sarà bene ricordare due cose: la prima riguarda l’atto di nascita dello Statuto, la seconda è la risposta alla domanda di Scalfari.  In Parlamento questa importante riforma per la quale la Cgil si batte fin dal 1952 quando l’allora segretario,  Giuseppe Di Vittorio,la propose non ebbe il voto favorevole del Pci. Lo Statuto era opera del ministro socialista, Brodolini e di Gino Giugni, stretto collaboratore del ministro. Luciano Lama diventato da pochi mesi segretario generale del sindacato di Corso d’Italia, definì lo Statuto una riforma molto importante. E apprezzamento venne anche dal Pci. L’astensione aveva diverse motivazioni fra cui quella di non comprendere i lavoratori delle aziende sotto i 15 dipendenti.
Cgil: quattro progetti di legge popolare, 5 milioni di firme, per estendere i diritti 
E questo problema , Scalfari dovrebbe saperlo,  Renzi no, lo comprendiamo perché ha rottamato anche la storia, quella della sinistra in primo luogo, proprio  dalla Cgil fu affrontato  con la grande manifestazione,  23 marzo  2002, dei Fori imperiali a difesa dell’articolo 18. In quelle stesse settimane , lo abbiamo già scritto e lo scriviamo di nuovo, la Cgil ,  di lotta e di governo, verrebbe voglia di dire, presentò  quattro progetti di legge di iniziativa popolare, sostenuti da oltre cinque milioni di firme. I progetti  proponevano un sistema riordinato e razionalizzato di tutele applicabile ai cosiddetti lavoratori atipici e parasubordinati (oggi diremmo ai precari);  la tutela dei dipendenti delle imprese minori, risarcimenti e reintegri,un sistema universale e sostenibile di ammortizzatori sociali; la semplificazione del contenzioso di lavoro, valorizzando i riti alternativi (conciliazione e arbitrato). Basterebbe che il ministro Poletti chiedesse  o verbali alla Cgil o facesse frugare in qualche angolo del ministero e il problema sarebbe risolto. E anche che qualche giornalista raccontasse la verità, riprendendo un vecchio slogan sempre valido: il diritto ad informare e quello dei cittadini ad essere informati.
Media: segnali di  ritorno ad un passato oscurantista
Perché i segnali di un ritorno al passato da parte dei media che danno notizie di manifestazioni, scioperi solo quando ci sono incidenti,  manipolano proposte, la campagna contro l’articolo 18 , sono  evidenti. Il manovratore non deve essere disturbato in particolare quando va in visita in fabbriche dove gli operai sono messi in ferie e alla Cgil è  vietato esercitare il  diritto di sindacato all’interno dell’azienda. Non solo la interviste al presidente del Consiglio e segretario del Pd sono sapientemente guidate. Mai che partecipi ad un reale confronto magari in qualche talk show.  Il nuovo conduttore di Ballarò, Massimo Giannini  si  è dovuto recare a Palazzo Chigi per rivolgere domande al premier. E, spiace dirlo, non è stato il Giannini, giornalista, che rivolgeva domande mai indulgenti a chi intervistava.  Leggendo le cronache sia dei quotidiani che delle televisioni sulla manifestazione dei centomila restiamo basiti. Il tema di fondo diventa il contratto di lavoro.  O  ci date il nuovo contratto o si fa lo sciopero generale.  Certo per chi ha un contratto fermo al 2009 perdendo migliaia di euro, si tratta di circa tre milioni di lavoratori,la questione è  importante. Ma la manifestazione, la mobilitazione inquadrava il contratto entro un ambito indigeribile per il governo:la riforma, si fa per dire, della Pubblica amministrazione che Renzi  tiene in cassaforte come un gioiello prezioso e “ vende”alla Commissione dell’Unione europea. I sindacati, unitariamente, hanno smontato pezzo per pezzo la”riforma Madia”, hanno avanzato proposte molto importanti che riguardano non solo le condizioni di vita e di lavoro di milioni di dipendenti pubblici ,ma soprattutto i servizi fondamentali che servono ai cittadini. Ma di questo è meglio  tacere, far finta di niente.  Non  può durare. Non deve durare. L’informazione non può essere oscurata, se è vero, come è vero che è il sale della democrazia.
10 novembre 2014

venerdì 7 novembre 2014

da Art. 21: etica a geometria variabile

Se questo è l’ordine che riammette Farina e non espelle seduta stante Alfonso Signorini…

signorini
Marianna Madia e suo marito Mario Gianani hanno subito un inaudito atto di violenza da parte di un giornale e di un direttore giornalistico. Uno di noi, un esponente della nostra categoria. Vergogniamoci tutti insieme per questa ennesima disgutosa manifestazione di assenza di qualsisasi eticità della nostra professione. Adesso è inutile evocare le posizioni politiche del giornale, della ministra, e aggrapparsi a penosi precedenti, è venuto il momento di affrontare di petto il caso vero, il bubbone da intaccare: l’ordine dei giornalisti. Lo scrivemmo in tanti casi del passato, ultimo quello di Renato Farina, l’agente “betulla”, che si faceva pagare dai servizi per passargli le informazioni sui colleghi. Se questo è l’ordine che riammette Farina e non espelle seduta stante Alfonso Signorini (nella foto) dobbiamo gridare a gran voce in tanti che da questo Ordine ce ne andiamo! Perchè un Ordine professionale che per i cittadini ormai è solo una delle caste di questo paese ha una sola forza nelle sue mani: l’etica dei comportamenti. Il ritorno ad un’etica professionale forte, esplicita, volutamente sottolineata, sarebbe l’unico modo per ridare un senso a un organismo privo ormai di valore e di significato e di riavvicnare la nostra categoria al suo unico autentico editore che è il cittadino che legge, sche sceglie il suo gornale, il suo telegiornale, la sua radio, i suoi siti web.
Personalmente potrei scrivere a lungo contro i provvedimenti sulla pubblica amministrazione proposti da Marianna Madia, e questo sarebbe fare giornalismo. Ma l’oscenità di quelle pagine, l’obiettivo dichiarato di fare di qualsisasi dettaglio una pagina di fango, il non rispetto assoluto si una legge sulla privacy che quando fu varata ci pose ai vertici della correttezza etica in Europa, è una di quele gocce che fanno traboccare il vaso. E non è solo una questione di sessismo e di ulteriore attacco alla differenza di genere, che pure è stata una forma di degrado del giornalismo degli ultimi venti anni, è un problema prettamente professionale: quelli di CHI che lavorano così io e migliaia di noi non li riconosciamo più come colleghi. L’Ordine ne prenda atto e faccia semplicemente il suo dovere.
6 novembre 2014

domenica 2 novembre 2014

Asibiri presenta il libro di Massimo Dadea









In collaborazione con l’Associazione Malik

Presentazione del libro
La maledizione libertaria
Il racconto di una passione
di Massimo Dadea 







La politica è una passione che matura presto, alimentata anche da episodi che hanno caratterizzato le vicende familiari: «Una passione che nasce dai racconti di fronte al caminetto e che poi finisce per intersecarsi con le vicende politiche, economiche e culturali che hanno segnato la storia recente della Sardegna». 


Ne parlerà con l’Autore
Giovanni Maria Bellu
Giornalista, Direttore di Left e di SardiniaPost











Cagliari, venerdì 7 novembre - ore 18,30

Libreria la Feltrinelli Point -  Via Paoli, 19