martedì 17 marzo 2015

La vicenda della giornalista Francesca Mulas: il commento di Marina Spinetti

La vicenda di cui è stata vittima la giornalista di Sardiniapost Francesca Mulas mostra efficacemente a quale stadio sia giunto l'inquinamento dell'informazione, ad arginare il quale, o quanto meno a far acquisire consapevolezza dell'aria malsana che respiriamo ogni giorno, nacque quattro anni fa Asibiri, appunto per l'Ecologia dell'informazione.
Se è possibile minacciare e augurare lo stupro ad una donna senza provare il minimo imbarazzo e anzi ottenendo commenti di approvazione da altri utenti del social network, significa che il livello di coscienza collettiva si e’ davvero pericolosamente abbassato.
L'aria che respiriamo é ormai quella di una intollerabile intolleranza abbinata a distorto  messianismo, per cui si pensa di poter spacciare per diritto alla libertà di espressione l’incitamento al razzismo, alla discriminazione, all’odio. Che sia riferita all’omosessualità, ai migranti o ad altre minoranze, ci sono soggetti che pretendono di parlare per poter dire che altre persone devono restare nell’ombra, in silenzio.
Soggetti che pretendono il diritto di parola solo per poter dire che altri non dovrebbero, secondo loro, avere diritti. Come se possa chiamarsi diritto dire che altri non dovrebbero avere diritti.
Ma è possibile stabilire dove finisca precisamente la libertà di espressione e inizi l’incitamento all’odio? Ci si muove su un terreno scivoloso, quando ci si trova al confine tra il libero pensiero e parole che possono diventare armi pericolose.
Ma buon inizio sarebbe non pensare alla propria libertà come consumo autistico della stessa.
Altro progresso consisterebbe nella capacità di pesare il grado di pericolosità delle parole e delle immagini che vengono diffuse; ma proprio quel confine appare spesso ampiamente superato nel nostro quotidiano, in quei comportamenti che prefigurano l’apologia di fascismo, un reato previsto dal nostro ordinamento.
Veri e propri incitamenti alla violenza fatti passare per opinioni, spesso conditi con notizie false e tendenziose.
Come se ciò non fosse abbastanza grave, si aggiunge, nell'aria che respiriamo ogni giorno, una così profonda debolezza culturale, una così scarsa fede in se stessi che si traduce in un messianismo deformato e allucinato, dove non si aspetta altro che «un nuovo capo», un «uomo forte», che sappia «restituirci l’onore". Una sorta di "Cesarismo progressivo" per superare la crisi, economica e di valori, direbbe Gramsci, cioè l'attesa di un capo che agevoli il progresso della storia. Come se possa chiamarsi progresso un processo indotto dall'alto, come se la storia non ci avesse più volte efficacemente mostrato che non funziona così.
Di questo processo i social network sono solo l’ingresso, o la punta visibile, forse quella più pervasiva, anche perché le parole scritte restano, almeno per un po'. La rete è certo lo spazio dell'eccesso, dell'indignazione che diventa invettiva, delle polarizzazioni polemiche incapaci di ascolto, ma il punto è che dalla rete emerge una cultura.
Emerge l'aria malsana che respiriamo ogni giorno, nei bar, nei luoghi di lavoro, e che ci trova troppo spesso indifferenti o al massimo solo indignati per un po'.
Mentre la vera differenza, opposizione o la radicalità non si misura in decibel di indignazione, ma nella capacità di rappresentare, di essere, in ogni gesto e parola, alterità rispetto a tutto ciò.

Marina Spinetti

Nessun commento:

Posta un commento