domenica 29 marzo 2015

Marina Spinetti ricorda i tentativi per far tacere la voce scomoda di Giorgio Melis

Quel mediocre accordo bipartisan per toglierli la Voce


Censura+Internet
Voglio credere che un giorno di questa classe dominante sarda bipartisan tra “sinistra immobiliare e destra da greppia e da presa”, dell’ultimo decennio, dei frequentatori di quel “condominio-parlamentino-ballatoio”, del Consiglio Regionale più lussuoso d’Italia, rimarrà soprattutto il ricordo dei piccoli politicanti che tentarono di togliere la parola a Giorgio Melis.
Ci voglio credere, perché ho bisogno guardare con ottimismo alla Storia. Ma anche perché credo che fra tutte le ferite che la politichetta mediocre dell’ultimo decennio ha dato alla cultura e alla politica della Sardegna, quella inferta al pluralismo dell’informazione sia la più grave, perché non solo ha colpito l’essenza stessa della nostra delicata democrazia, ma soprattutto ha compromesso il dibattito civile, ormai inquinato o impedito dalla mancata circolazione di notizie significative o decisive per il libero formarsi di un’opinione pubblica consapevole. E Giorgio Melis, in quasi totale solitudine, ha significativamente colmato questa lacuna.  
Mentre quei politici di cui sopra, che nell’assemblea del 2008, già in formazione bipartisan, tentarono di zittire l’Altra Voce, tacciando un sito neonato e autogestito di essere minaccia all’Autonomia, sapevano quel che facevano, sapevano bene che l’unica misera speranza di salvezza, cioè consapevolezza, l’unica speranza di Domani sarebbe potuta venire da una Voce alta e libera. Per questo volevano eliminarla, sapendo di non poterla addomesticare.
Perciò in questa giornata in cui si elargiranno ben altri e più autorevoli, forse profananti, coccodrilli, destinati ad estinguersi nell’autocompiacimento dell’ultima parola, mi va di ricordarlo, anzitutto a me stessa, così, con questa speranza di un Domani più giusto che elargisca memoria e oblio e diritto d’emulazione secondo giustizia.
Voglio ricordarlo come chi sapeva usare parole semplici e insieme antichi detti e citazioni colte per fare a pezzi le falsità dei nuovi slogan pubblicitari e le connivenze, la dipendenza incrociata e incestuosa fra politica e informazione, quando al “monopolio petrolchimico spalmato sui due quotidiani sardi non si opponevano più robuste forze politiche, sindacali e culturali, la schiena ancora dritta di intellettuali e semplici cittadini mobilitati da partiti all’altezza del loro ruolo generalista”
Come chi sapeva dire di no. Sapeva resistere, rinunciando alla fama, al guadagno, pur di non cedere alle pressioni. Era uno di quelli che, comunque, riusciva a tornare sempre in piedi, tenendo in piedi come opportunità per tutti un sito “con redditi e pensioni da altre occupazioni in essere ed ex. Col nostro lavoro in perdita, da matti e come matti”
Come chi sapeva far guerra alla paura, acclarando che il vero problema della Sardegna non erano certo i politicanti di cui sopra, ma i sardi incapaci di comprendere la realtà e di reagire, i sardi che consentivano loro di rappresentarli. Sapeva che a liberarci di siffatti politici non sarebbe stata una legge, un salvatore, una manna, sarebbe stata la rivolta di chi si riprende la delega scrivendoci dentro: basta così. Delle persone per bene capaci di esercitare la ragione che stanno a destra come a sinistra e al centro. A quelli si rivolgeva: “Il bubbone è scoppiato ma si vuole occultarlo: sopire e troncare. Perciò la politica va incalzata. Altrimenti, caduto il polverone, finirà a tarallucci e vino. Mentre lo scandalo continua. Continuerà senza una mobilitazione alla quale siamo tenuti e impegnati”
Come chi, e non è una cosa scontata seppur parliamo di giornalismo, sapeva scrivere e raccontare. Anzi, non solo raccontare quel che succede, ma osservarlo e comprenderlo. Capiva, intuiva e scriveva, buttando anche un po’ di poesia, satira e letteratura nella cronaca e nel racconto, interpretando a suo modo una forma di giornalismo culturale che nei nostri scalcinati e sgrammaticati giorni è davvero poco in voga, ma di cui soprattutto oggi avremmo un disperato bisogno: per capire, interpretare e avere il coraggio di mescolare la realtà alla poesia. Penso ai suoi racconti su “La ballata triste di Sardegna 24” con editore improbabile e responsabile per vite allo sbaraglio. Sasso in bocca e lingua tagliata” e alle tristemente esilaranti avventure di Capitan Ugo o Ugo Spot.
Semplicemente grazie, per essere stato così, di aver vissuto da uomo libero in un paese schiavo.
Marina Spinetti
(Presidente dell’associazione Asibiri, per l’ecologia dell’informazione)

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